Scuole paritarie discriminate, insegnanti spinti a scegliere lo Stato

Ogni anno lo stesso problema – Docenti penalizzati dalla separazione delle graduatorie fra scuole paritarie e statali, ecco perché alcuni finiscono per cambiare

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Quanti professori approdano alla scuola statale dopo tanti anni di servizio nelle scuole cattoliche? Quanti, al momento della chiamata da parte dello Stato, scelgono a malincuore di andare nella scuola statale?

La difficoltà di lasciare la scuola cattolica non è solo questione di lasciare «un posto dove si lavora bene», sono tanti gli elementi che pesano in questa scelta.

Io ho lavorato per tanti anni in una scuola salesiana e, al pari di tanti colleghi, ho scelto con dispiacere di prendere il posto di ruolo nello Stato.

Nelle scuole salesiane viene richiesto agli insegnanti un impegno e una dedizione che solo chi ci è passato può comprendere. È  un coinvolgimento che non ha orari né weekend, che richiede mente e cuore e che quindi, nonostante la fatica, ti coinvolge, ti fa sentire la scuola come tua e ti fa sentire responsabile del suo successo.

Recentemente lo Stato ha cominciato ad assumere massicciamente. Chi lavorava magari da vent’anni nelle paritarie era inserito nelle graduatorie statali, ma dava per scontato che la chiamata statale non sarebbe mai arrivata, o fosse impantanata in un limbo di burocrazia senza fine. Così chi ha lasciato i salesiani per lo Stato negli ultimi tre anni, ha lasciato un ambiente familiare, dove è cresciuto professionalmente, dove ha instaurato rapporti di amicizia, dove ha imparato a rapportarsi personalmente con gli allievi in maniera costruttiva vedendoli crescere come persone, dove ha costruito percorsi e progetti.

Chi ha lavorato in una scuola cattolica sa che non è paragonabile ad altre scuole paritarie laiche, per serietà e professionalità verso i docenti e le famiglie. Le scuole salesiane non sono diplomifici, non sono posti dove accumulare punti per le graduatorie, come sovente si sente dire delle scuole paritarie.

Allora, perché, quando lo Stato chiama, sono sempre pochi gli insegnanti che scelgono di continuare ad insegnare nella paritaria cattolica? Perché lasciare la paritaria e accettare di finire nell’ultima scuola statale, rifiutata dai docenti con maggior anzianità (di servizio nello Stato!), accettare di ricominciare tutto da capo anche se non si ha più vent’anni da un pezzo, accettare di essere considerato l’ultima ruota del carro, guardato con diffidenza proprio perché «finora hai insegnato nelle paritarie», gettare via progetti ed esperienze pregressi?

Ognuno ha le sue ragioni personali, ma è innegabile che la sicurezza data da un posto statale sia il motivo principale per cui si sceglie di passare allo Stato. Molti insegnanti hanno famiglia, magari dei figli, magari un coniuge con una situazione occupazionale instabile: con quale coraggio si rinuncia a un posto pubblico? Ci possono essere altri motivi: si spera in un minor stress lavorativo, meno impegni, uno stipendio un po’ più alto, ma queste sono diversità che con il tempo tendono a sparire.

Si può immaginare un sistema diverso? L’età media degli insegnanti statali ci dice che nei prossimi anni molti andranno in pensione: si libereranno nuovi posti per gli insegnanti che si sono formati presso le scuole paritarie. La continuità didattica data da insegnanti storici, che una volta era un punto di forza delle scuole paritarie, tenderà a sparire creando un problema di competitività a tutto danno delle paritarie.

Chi crede che il sistema duale «scuole paritarie e scuole statali» sia un valore aggiunto, previsto dalla Costituzione italiana, non può volere che le scuole cattoliche, già provate dalla diminuzione del personale religioso, siano messe in crisi da una politica che non le sostiene. È quindi necessario che lo Stato ripensi il sistema scolastico creando (in Francia esiste già) un sistema duale di graduatorie: deve permettere ai docenti di scegliere in quale canale insegnare, di scegliere eventualmente fino in fondo la paritaria, con la sicurezza di veder riconosciuta la propria professionalità nel momento in cui un giorno dovessero perdere il lavoro nel settore paritario. Le scuole paritarie non devono più essere viste dallo Stato come il concorrente di serie B, ma come un «dipartimento» con cui collaborare e sviluppare soluzioni didattiche.

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