Sessant’anni fa il torinese Berruti vince le Olimpiadi

Roma, 3 settembre 1960 – Davanti a 60 mila spettatori in delirio, il 21enne atleta torinese Livio Berruti vince la medaglia d’oro nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma correndo in 20 secondi e 5 decimi: primato del mondo

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Il 3 settembre di sessant’anni fa, davanti a 60 mila spettatori in delirio, il 21enne atleta torinese Livio Berruti vince la medaglia d’oro nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma correndo in 20 secondi e 5 decimi: primato del mondo.

LE OLIMPIADI NELLA ROMA DEI CESARI E DEI PAPI – Dal 25 agosto all’11 settembre 1960, nella Roma dei Cesari e dei Papi, rimessa a nuovo sulla spinta del «miracolo economico» che segna quei decenni del secondo dopoguerra, tradizione e innovazione si fondono per offrire l’edizione «più romantica» – la chiamano anche così – dei XVII Giochi olimpici. La televisione in bianco e nero offre le immagini delle competizioni per la prima volta in mondovisione, consegnando alla storia dello sport le imprese e i volti di atleti. L’etiope Abebe Bikila, a piedi scalzi, conquista la maratona, la «regina delle gare». Sono i Giochi di Cassius Marcellus Clay, un diciottenne pugile statunitense di Louisville che nessuno conosce e che nella Città eterna vince la prima medaglia d’oro: quattro anni più tardi, con il nome di Muhammad Ali, diventa il mito del pugilato mondiale. Sono i Giochi pugile istriano Nino (Giovanni) Benvenuti, campione olimpico che vince l’oro dei pesi welter: oggi ha 82 anni. Sono le Olimpiadi soprattutto di Wilma Rudolph, la «gazzella nera» del Tennessee, vincitrice di tre medaglie d’oro. La sua storia commuove tutti: ventesima di 22 figli di una povera famiglia afroamericana, da bambina è colpita da poliomielite e vince la malattia.

IL «DECALOGO SPORTIVO» DI PAPA GIOVANNI – Il giorno prima dell’inaugurazione, il 24 agosto, gli atleti in piazza San Pietro incontrano Papa Giovanni XXIII, tornato da Castel Gandolfo. Ricorda che il suo predecessore, Pio X, ricevette nel 1905 la visita del barone Pierre de Frédy, barone di Coubertin, il fondatore del movimento olimpico, che vuole il sostegno vaticano all’idea dei Giochi a Roma nel 1908. Ma era ancora in aria la «Questione romana» e il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti si oppone perché ci sono troppe spese e l’Italia è era povera. Così – scrive Pierre de Coubertin nelle sue «Memorie» – «il sipario scese discretamente sullo scenario del Tevere per alzarsi subito su quello del Tamigi» nel 1908. Papa Giovanni agli atleti prossimi a scendere in campo offre un «decalogo» ispirato agli ideali dello sport e di Olimpia: «Siamo certi che tutti voi darete esempio di una sana competizione, esente da invidie e discussioni; nelle gare mostratevi sempre sereni e gioviali, modesti nella vittoria, obiettivi e di buon umore nella sconfitta, tenaci nelle difficoltà. Da genuini atleti testimoniate agli spettatori la verità dell’antico detto: “Mens sana in corpore sano”».

BERRUTI: «UNA BELLA ESPERIENZA DI AMICIZIA» – Alle 17.30 del 25 agosto 1960, la fiaccola entra nello Stadio Olimpico, portata dall’ultimo tedoforo Giancarlo Peris. Ai Giochi capitolini partecipano 6 mila atleti di 84 Nazioni in un clima di unità e gioia ma le tensioni nel mondo non mancano. Dalla «guerra fredda» tra blocco orientale, dominato dall’Unione Sovietica e blocco occidentale, dominato dagli Stati Uniti allo scontro fra Germania Est e Germania Ovest che sfocerà nella costruzione del Muro di Berlino che sarà tirato su dai comunisti nella notte del 13 agosto 1961 e che resiste 28 anni; alla Cuba che Fidel Castro porta nell’orbita sovietica. L’Italia chiude i Giochi con 13 medaglie d’oro, tra cui quelle del pugile Nino Benvenuti e del velocista Livio Berruti, primo europeo a conquistare la medaglia iridata, che corre con gli occhiali da sole. Oggi Berruti ha 81 anni, non si è mai montato la testa. Ricorda quella bella esperienza con la maturità di un vecchio saggio e ringrazia la sorte per quello che gli ha donato. In un’intervista a «Radio Vaticana» parla di «atmosfera di gioia, di amicizia, di serenità, di rispetto. C’era la voglia di parlarsi, tutti ci sentivamo uguali. C’era una grande partecipazione del pubblico e la sensazione di sentirsi parte di un evento importante e bello». Vince la semifinale e la finale dei 200 metri con l’oro e il primato del mondo. Sa che nella semifinale ha spinto troppo e questo non è un bene. «Tutti si allenavano mentre io sono rimasto negli spogliatoi a riposare, ed era la cosa più sbagliata da fare». Un riposo che gli vale la medaglia «ma non può valere come regola. Io non avevo una muscolatura potente ma la fortuna mi ha aiutato». A Torino era stato allievo del «Cavour» e si laureerà in chimica all’Università. Aveva vinto a manbassa quattro ori alle Universiadi di Torino nel 1959, le prime della storia: nei 100 e 200 metri e nelle staffette 4X100 e 4X200.

UN RAGAZZO BIANCO E UNA RAGAZZA NERA MANO NELLA MANO – Nel cuore di Berruti l’Olimpiade di Roma, al di là del trionfo sportivo, è legata a «un amore platonico» per Wilma Rudolph, che è la vera dominatrice dei Giochi con tre ori nelle gare femminili: 100 metri, 200 metri e la staffetta 4×100. Racconta Berruti: «Lei mi propose lo scambio delle nostre tute ma quando l’ho incontrata sono rimasto ammaliato». A distanza di 60 anni non dimentica gli occhi scuri della «gazzella nera». «Ci hanno scattato una foto mano nella mano all’ingresso del Villaggio Olimpico. Abbiamo anticipato di tre anni la frase di Martin Luther King che parlava del sogno di vedere mano nella mano i bianchi con i neri. Un ragazzo bianco e una ragazza di colore mano nella mano senza differenze. Tra lei e me ci fu una sintonia immediata. Tutto però è rimasto a livello platonico, senza passare alla fase aristotelica». Conclude: «Questa è la dimostrazione che lo sport è sempre avanti rispetto alla politica. Auguro a Roma e al mondo, a distanza di 60 anni, di costruire il futuro pensando agli altri, mettendo da parte l’individualismo, uno dei nostri più grandi difetti».

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