Società «orizzontale»: il disorientamento della modernità

Transumanesimo, globalizzazione, secolarizzazione – Tra decadenza e utopia, grandi speranze ed eventi tragici, l’uomo di oggi fatica a interpretare la realtà in cui è immerso. L’analisi del sociologo Luigi Berzano

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«Sentinella, quanto resta della notte?».

E la sentinella risponde: «Viene la mattina, e viene anche la notte.

Se volete interrogare interrogate pure; tornate e interrogate ancora».

(Isaia, 21,11-12).

Alla sentinella del profeta Isaia si chiede di indicare quanto sta avvenendo, cioè di interpretare il presente, poiché quanto avverrà in futuro dipende da quanto sta avvenendo ora. Pensare il presente è un invito storico ricorrente. A metà Ottocento, quando stava maturando la rivoluzione industriale, lo ripeteva il filosofo Hegel: compito primario della filosofia è pensare il proprio tempo. «La filosofia è il suo tempo interpretato con il pensiero». Capire il tempo presente è anche l’invito del messaggio evangelico: «Voi siete in grado di prevedere il tempo dal cielo. Il cielo rosso stasera indica che domani il tempo sarà buono; se invece è rosso di mattina vuol dire che sarà brutto tempo per tutto il giorno. Ebbene, sapete interpretare lʼaspetto del cielo, eppure non siete capaci di capire i segni ben comprensibili dei tempi!». (Matteo 16, 2-3).

Da tutto ciò, oggi, si forma il richiamo rivolto da molti anche alle religioni a considerare le radicali innovazioni che caratterizzano questo tempo. Accanto ai grandi processi tecnologici, sociali e culturali (transumanesimo, globalizzazione, quarta secolarizzazione) la storia degli ultimi anni ha visto moltiplicarsi a dismisura, oltre che grandi speranze, eventi tragici, ad iniziare dall’11 settembre 2001 e successiva guerra all’Iraq: attentati, disastri, piccole guerre, esodi di intere popolazioni, violenze su donne e bambini, crescente insicurezza nelle città, rivolgimenti climatici, milioni di cittadini che vivono o lavorano in aree a rischio di frane o alluvioni, vittime nei luoghi di divertimento e quanto ancora ci documenta la cronaca quotidiana. Nei giorni scorsi, poi, con l’attentato di Strasburgo e i cinque morti e gli undici feriti, non si può non dire che anche il terrore abbia cambiato volto. Un terrorista spara nel mercatino di Natale secondo la consuetudine degli attacchi natalizi dell’Isis. Il terrorismo è tra di noi; eppure il suo volto è sfuggente. Qual è la sua organizzazione? Oppure si tratta di «lupi solitari»? Anche il terrorismo non si riproduce più come in passato. Forse, l’organizzazione che recluta e suggerisce è di altro genere, quale la rete e Internet?

Cambiamento o metamorfosi

Che cosa sta avvenendo? Secondo il libro postumo di Ulrich Beck, il padre del concetto di «società del rischio», è «La metamorfosi del mondo» (2018). Oggi, anche noi, come il protagonista del romanzo di Franz Kafka che si trova trasformato in un «enorme insetto immondo» e che non sa più come muoversi ed interagire con ciò che lo circonda, non sappiamo più come muoverci e come interpretare quanto sta succedendo.

La distinzione del sociologo Beck è tra cambiamento e metamorfosi. Nelle fasi di cambiamento cambia una componente del futuro, ma tutte le altre rimangono immutate. Nelle fasi di metamorfosi tutto viene dissolto, l’intero sistema del mondo viene sradicato e i suoi effetti non sono solo più gli effetti collaterali negativi dei beni, ma gli effetti collaterali positivi dei mali. Per questo è così difficile decodificare quanto sta succedendo. Oggi la metamorfosi è un dato di fatto, bisogna prenderne atto e tentare di chiarire come muoversi all’interno di essa.

Il mondo è esploso e la sua visione nazionale e internazionale non è più sufficiente. Ora sono le nazioni a girare attorno alle stelle fisse rappresentate dal cosmo e dall’umanità. Gli ‘spazi d’azione’ in cui ci si trova ad agire sono «costruiti in termini cosmopolitici» e anche chi non si sposta è cosmopolizzato, grazie ad Internet. Per tutti, in quanto attori globali, si vengono a creare nuovi spazi d’azione che aprono opportunità prima chiuse dai confini nazionali. Le istituzioni concepite in una logica nazionale non sono più adeguate al presente e sono destinate a fallire in futuro. Secondo Beck accettare il concetto di metamorfosi non significa però credere in un’imminente catastrofe, ma ripensare il mondo che ci circonda tenendo conto degli effetti dei rischi delle novità che ci troviamo a vivere. È un catastrofismo emancipativo che radicalizza la sua teoria precedente secondo la quale la società diviene riflessiva come reazione al rischio in cui incorre.

Oltre la paura

L’analisi Beck è nella scia delle teorie che i principali interpreti della società attuale (Bauman, Giddens, Dahrendorf, Maffesoli tra gli altri) avevano presentato in questi anni passati per interpretare la complessità, l’incertezza, il rischio, la liquidità, la scelta, il nomadismo della società contemporanea. Nessuna di queste era però all’insegna del disorientamento. Questo infatti non produce apertura, ma tutt’al più timore, paura, incapacità di comprendere quanto sta avvenendo. Ma «comprendere è tradurre», come scrive George Steiner in «Dopo Babele». È nell’opera di traduzione che si mobilitano tutte le risorse di cui si dispone; è nell’incontro con l’inatteso che si possono scoprire non soltanto i limiti, ma anche i tesori di cui si dispone, anche di quelli dismessi o mai conosciuti. È per tutto ciò che si possono ringraziare anche le tragedie, riscoperte, come si usa dire oggi, quali risorsa e impulso ad andare più in profondità e arricchirsi. Si potrebbe anche dire che sono proprio le religioni ad avere la vocazione di «comprendere e tradurre» la storia.

«Il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza», diceva non a caso Husserl nella «Crisi delle scienze europee» (1936). Senza una preliminare accettazione della realtà, così come essa è, la nostra vita e la nostra libertà rischiano di consumarsi nel torpore della decadenza oppure nel rifiuto o nella fuga nell’utopia, quale altro modo di rifiutare. È solo accettando e interpretando la realtà nella quale ci si trova a vivere che si può sperare di cambiarla. Anche questo è un invito del messaggio evangelico.

Società orizzontali

Molte le sfide che la metamorfosi attuale pone a tutte le istituzioni, non escluse quelle religiose. Impensabili anche solo elencarle. Si vorrebbe qui indicarne una tra le più inedite e inattese: la forma ‘orizzontale’ di tutte le cose: società orizzontale, religione orizzontale, stili di vita orizzontali e altro. Ne deriva la crescente irrilevanza dei processi di riproduzione ‘verticale’ nel trasmettere i modelli sociali, culturali, religiosi attraverso il susseguirsi delle generazioni. Emergono società sempre più orizzontali nelle quali valori, regole, comportamenti sono connessi alle personali elaborazioni dei singoli percorsi biografici. Ampliamento delle possibilità di scelta lasciate agli individui e indebolimento dei punti di riferimento sociali, culturali e religiosi della storia collettiva. Le scienze sociali commentano tutto ciò dicendo che nelle società tradizionali tutto era ascritto, cioè tramandato, e in quelle moderne tutto è acquisito, cioè scelto. Da questa orizzontalità ne deriva anche che la religione in cui si è nati non è più un’eredità obbligatoria, ma una scelta personale. Non manca chi nota che dietro a tutto ciò sta il mercato, altri poteri e l’anima stessa della tecnologia.

A inizio Novecento ne trattava già il sociologo Èmile Durkheim in «Le regole del metodo sociologico» scrivendo della debolezza «morale» tipica delle società che non sono più capaci di trasmettere valori e stili di vita. «Quando si considerano i fatti quali sono sempre stati, appare evidente che ogni educazione consiste in uno sforzo continuo per ‘imporre’ al bambino modi di vedere, di sentire e di agire, a cui non sarebbe pervenuto spontaneamente». Per Durkheim non si dà il «circolo quadrato» della autosocializzazione, a meno che la vita, liberandosi da ogni legame precedente, si trasformi in un affare solamente estetico, creativo, narcisistico, libero da ogni principio di realtà.

«Un bambino è nato per noi»

I cristiani hanno vissuto i giorni scorsi ricordando una nascita. Profonde sono al riguardo le parole di Hannah Arendt in «Vita activa». «Il miracolo che salva il mondo dalla sua rovina è il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la libertà, la facoltà dell’azione. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. E questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’Avvento: un bambino è nato per noi». Il nascere di una vita è segno di speranza nel mondo, è irruzione nel mondo di quella ‘novità’, la cui memoria ritroviamo da adulti nell’esercizio della nostra libertà di incominciare qualcosa che senza di noi non incomincerebbe mai.

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