Sognavamo un’Europa senza frontiere, ma tornano i confini

Valichi chiusi ai profughi – Frizioni fra Italia e Francia, polemiche sui volontari che soccorrono i disperati. È crisi politica oltre che umanitaria. Il passaggio dei migranti ai nostri confini interroga le coscienze sui diritti umani, mettendo in discussione il concetto stesso di legalità. L’intervento di Carlo Greppi, autore del romanzo “Bruciare la frontiera”

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Da tempo cerco di seguire cosa accade intorno a quello scorcio di frontiera tra Ventimiglia e l’arco alpino che lì comincia e prosegue fino alla sponda dell’Adriatico. La prima parte di quella specie di filastrocca che si usava, e forse si usa ancora, per imparare i nomi delle varie Alpi a scuola: «Ma con gran pena le recano giu» (Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, Carniche, Noriche, Giulie).

Ed è solo con gran pena che ci si può avvicinare a questo presente che fa delle rime spaventose con la storia: ultima, in ordine di tempo, la morte di B.S., la ragazza nigeriana incinta che era stata respinta al confine. Dall’alta Val di Susa al mare, i migranti di oggi sfidano gli stessi passi e muoiono sugli stessi monti in cui transitavano gli italiani che emigravano in Francia negli anni Quaranta e negli anni Cinquanta, innanzitutto. Molte erano donne, come B.S.: le donne erano, secondo alcuni fonti dell’epoca, la maggior parte dei clandestini italiani. E tante delle morti raccontate dalla stampa di allora riguardavano donne sole o con i loro bambini. Ci si giocava la vita perché, per ragioni politiche e burocratiche (come oggi), il confine era spesso sprangato.

Qualcuno, nel corso dei decenni, ha provato a opporsi alla logica della chiusura delle frontiere. Nella fase in cui a emigrare erano gli italiani, certo, ma anche in precedenza, durante la Shoah e prima, quando iniziò la persecuzione dei diritti degli ebrei da parte dei nazisti e dei fascismi in tutta Europa. Quando, di fronte all’imponente flusso di ebrei in fuga dall’Austria annessa al Reich tedesco, nazioni come la Francia e la Svizzera decisero di sbarrare le proprie, ad esempio. Ed è lì, nel decreto introdotto dal governo Daladier nel maggio del 1938, che risiedono le origini del «delitto di solidarietà» che sta falcidiando oggi l’anima di un’Europa nella quale Benoit Ducos, la guida alpina francese che ha soccorso un gruppo di migranti, rischia di finire sotto processo, come molti altri.

«Può elevare a valore assoluto il metodo della legalità solo chi presuma di essere nella società ideale», ha scritto lo scrittore e giornalista Luca Rastello, mancato nel 2015, la cui voce manca molto, nell’Italia di oggi. «Solo se penso di essere al culmine della storia umana, se credo in un progresso costante e perfetto rispetto al quale mi trovo nell’ultimo stadio posso attribuire alla legalità un valore assoluto». E allora diciamolo: non è un pericoloso dissidente chi si domanda se la legalità sia un valore assoluto in questa Italia e in questa Europa dove le frontiere sono «tanto legali quanto ingiuste, quando vengono sbattute in faccia alle persone e si chiudono inesorabilmente dinnanzi al loro grido di aiuto». Queste parole sono state pronunciate dal vescovo di Sanremo-Ventimiglia, Antonino Suetta, a un funerale. Non di B.S., l’ultima vittima della nostra frontiera, ma di Mjmelet Berhal, una ragazza eritrea di sedici anni uccisa da un tir in una galleria il 7 ottobre 2016, una dei quattordici migranti morti «annegati, investiti, precipitati, fulminati» lungo la frontiera italo-francese tra il settembre 2016 e l’agosto 2017 (Dossier statistico immigrazione 2017). Numeri destinati a crescere, numeri che stanno crescendo.

«Mjmelet», aveva aggiunto monsignor Suetta, «è la vittima di una società che si dice civile, che sbandiera principi, quelli della fraternità, della libertà, dell’uguaglianza, principi in nome dei quali sono state perseguitate e uccise delle persone. Principi che non vengono applicati in maniera uguale per tutti. Ci sono coloro che sono più fratelli, più liberi e più uguali degli altri. Questa è una ingiustizia di cui la nostra civiltà si deve vergognare».

Sono tanti i volontari, gli attivisti e i militanti che cercano di presidiare questa frontiera, dal Mediterraneo all’alta montagna. Denunciando gli abusi di potere, come nel caso del video del poliziotto che strattona e insulta un ragazzo in stazione a Ventimiglia, video che è stato condiviso sui social dal Progetto20k il 24 luglio 2017, ed è diventato virale. Già allora, come scrivevano i curatori della pagina, l’episodio era «la punta dell’iceberg di una situazione stratificata di violazioni e intimidazioni. Il clima di costante ostilità che circonda i migranti in transito non è circoscrivibile ad abusi di questo tipo. Al contrario, è bene ribadire che a Ventimiglia, in frontiera e in Francia si segnalano quotidianamente molteplici violazioni dei diritti. Un numero enorme di minori viene illegittimamente respinto alla frontiera e non riceve alcun tipo di presa in carico, neanche dal punto di vista alloggiativo; centinaia di persone sono coattivamente trasferite ogni settimana verso Taranto, nell’ambito di una prassi dai confini giuridici incerti e altamente problematica; centinaia di persone vivono in condizione di sostanziale indigenza, in assenza di idonei servizi di assistenza legale, sanitaria e sociale. Ventimiglia è questo: un territorio attraversato da violazioni e ingiustizie. Allo stesso tempo, qui va quotidianamente in scena l’inarrestabile desiderio di transito dei migranti. Continueremo ad agire in questo contesto, a denunciare gli abusi e le ingiustizie, e a sostenere le legittime rivendicazioni delle persone di passaggio per la città ligure».

Ho scritto «Bruciare la frontiera», romanzo per ragazzi che prova ad affrontare questi temi mettendo anche in luce le rime tra passato e presente, riprendendo questi e altri episodi accaduti tra il 2015 e il 2017, ma, in diversi casi, scrittura e cronaca si sono intrecciate irrimediabilmente. Come nel caso della «rotta» dell’alta Val di Susa, diventata di stringente attualità a partire dall’estate del 2017, quando sono stati posizionati i sensori nel tunnel del Frejus e quando l’associazione francese Tous Migrants ha organizzato una marcia per denunciare le morti in frontiera e la criminalizzazione dello spostamento. Ma nulla è cambiato, anzi.

Senza soffermarci sulla deriva reazionaria e xenofoba in corso, la responsabilità delle istituzioni (italiane, francesi, europee) in questa fase storica è enorme. Mi capita spesso di dire che il nostro presente sarà il passato di qualcun altro, che giudicherà le classi dirigenti di oggi con la stessa durezza con cui noi ora guardiamo a quelle del Novecento. Gli storici e le storiche del futuro torneranno sul nostro tempo, interrogandosi sulle «molteplici violazioni dei diritti» nell’Europa degli anni Duemila, scoprendo, nel caso del recente e impressionante proliferare di muri, ostacoli e barriere, che nella maggior parte dei casi si è trattato di decisioni unilaterali, prese da Stati democratici. Scoprendo che molti di noi avevano sognato un mondo senza confini, ma poi si erano dovuti svegliare.

La mia generazione, cresciuta nell’illusione dell’Europa unita e di un mondo in cui le frontiere ermetiche sarebbero presto diventate dispositivi retrogradi, mai avrebbe potuto prevedere che la Storia sarebbe di nuovo passata dai luoghi di cui stiamo scrivendo. Luoghi che per molte persone sono ora un incubo, luoghi in cui ora si gioca il nostro futuro. Ed è anche per questo che, citando lo slogan di centinaia di migranti che nell’estate del 2015 si erano accampati sulla scogliera dei Balzi Rossi, a Ventimiglia, bisogna affermare con forza che We are not going back, Noi non torneremo indietro.

Se non torneremo indietro, se l’Europa riuscirà un giorno a essere fedele alle sue premesse, lo dobbiamo anche alle persone che ogni giorno si battono per i diritti dei migranti, in tutta Europa. Persone che si impegnano giorno per giorno perché i migranti smettano di essere delle ombre, ma inizino a essere visti come viaggiatori, come persone. Sfidando le leggi del nostro tempo, se necessario.

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