Sulle strade la tragedia degli incidenti dopo notti a sballarsi

12 morti in un solo fine settimana – Don Gabriele Pantarotto, parroco di Pavarolo e per 12 anni autista di autobus di linea che svolgevano il servizio notturno di accompagnamento nelle discoteche del Piemonte, racconta le “confessioni” dei giovani sul bus che li porta a ballare

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Sulle strade 12 morti in un solo fine settimana. Serate che finiscono tragicamente, con  vittime e feriti, per effetto di alcol, stanchezza, consumo di droga: conseguenze, nella maggior parte dei casi, della ricerca da parte dei giovani di un divertimento che stordisce, che annulla il senso del pericolo e di responsabilità. Ne abbiamo parlato con don Gabriele Pantarotto, parroco di Pavarolo e autista di autobus di linea che per 12 anni per conto della azienda ha svolto il servizio notturno di accompagnamento nelle discoteche del Piemonte e non solo. Due turni al mese, 50 giovani in media a viaggio, quasi 15 mila passeggeri.

Don Gabriele i giovani che lei ha accompagnato non hanno rischiato di uccidersi o di uccidere, ma hanno condiviso le stesse esperienze di divertimento di coetanei che poi si sono messi alla guida, che si erano diretti verso discoteche o pub con analoghe aspettative.  Dal suo osservatorio di autista come vede questi ragazzi?

La mia situazione particolare di autista e prete e mi ha permesso di incontrare e parlare con centinaia di giovani e di cogliere anzitutto in loro un senso di solitudine profondo. Capita sempre: i ragazzi salgono – spesso già alticci alle 19.30-20 di sera per aperitivi a base di superalcolici che ‘preparano la serata’ – e salutandomi mi fanno la battuta «ma tu ti chiami Guido?». Basta la risposa «no, sono don Gabriele» ad aprire uno spazio di dialogo dal quale ti accorgi che oggi questi giovani non hanno nessuno con cui parlare. Iniziano con le battute scherzose sui preti, provocano e poi… poi qualcuno ti riversa tutto il suo disagio che è anzitutto affettivo, relazionale. Ad ogni viaggio arrivati alla discoteca c’è chi non ha più voglia di entrare, anche se ha già pagato il biglietto, e mi chiede di fermarmi a parlare, ad ascoltare…

Doveva essere una «serata con gli amici» e diventa un’occasione per rivedere la propria vita…

La chiamano cosi «serata con gli amici» ma è un modo convenzionale che non risponde alla realtà: amicizia non c’è e non viene cercata, e la serata è più una notte da consumare senza relazioni o prospettive – li si recupera alle 4 o alle 5 del mattino – che non un tempo da vivere. Te ne accorgi da tante cose: ad esempio tornano verso il pullman traballanti, sudati, qualcuno vomita ma non si aiutano, ognuno si trascina, indifferente a quello che accade all’altro a quello che dovrebbe essere il suo amico. All’arrivo chiedo sempre al ‘capogruppo’ se sono scesi tutti, una volta mi venne detto di sì: sono ripartito per poi accorgermi dopo un po’ che sotto un sedile sdraiato c’era ancora un ragazzo ubriaco. Nessuno se n’era accorto, l’aveva cercato.

Soli, ma pronti a dare fiducia ad un autista che non hanno mai visto.

Sì, se dai loro corda ti parlano di tutto, dei problemi che vivono, con genitori assenti, senza adulti di riferimento. Hanno problemi con una vita in cui fino a 16 anni hanno avuto tutto e poi niente lavoro, restano single, non percepiscono affetto verso di loro e non sanno gestire le relazioni. Hanno anche domande di fede, domande profonde ma non sanno nemmeno farle emergere e quando si accorgono che hanno emozioni che possono esprimere, allora ti accorgi della meraviglia, dello stupore… Si sentono all’improvviso nudi e se rimane in loro questa consapevolezza, poi qualcosa cambia nella loro vita e speri che sia come il seme gettato.  Alcuni passano tutto il viaggio con il cellulare in mano, chattano, si scambiano foto video, condividono, ma tutto sulla superficie, non sanno guardarsi negli occhi parlarsi e allora stordirsi diventa un modo per sopravvivere. Per una sera non pensare, preoccuparsi per il futuro, non mettersi in relazione, magari trovare un compagno ma purchè sia solo per quella notte.

All’indomani di tanti incidenti si parla subito di inasprire le norme su acool e droghe, di aumentare i controlli.

Da mio osservatorio sono provvedimenti utili a rattoppare. Il problema è  a monte. La scuola, le parrocchie si devono interrogare su come si rivolgono ai giovani, su come aiutarli a non sperimentare la solitudine, a vincere l’indifferenza. Testa e cuore dei giovani devono essere il nostro obiettivo. Aiutare a gestirli, aiutarli a non scappare dal futuro, ma a scoprirsi amati, a scoprire la propria interiorità, la bellezza delle relazioni a non dire della loro vita «almeno per una notte non ci penso».

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