Torino 1969, i segni profondi dell’«Autunno caldo»

Memoria – Due libri, dei giornalisti Ettore Boffano e Salvatore Tropea (con le foto di Mauro Valinotto) e dell’operaio e sindacalista Mario Gheddo, riportano alla luce la città di cinquant’anni fa: i fermenti di una stagione che cambiò l’Italia

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Che città era questa? I nomi delle strade sono gli stessi, ma tutto il resto non torna: enormi fabbriche, uomini col baracchino vestiti da poveri, cortei di soli uomini lungo le vie del centro… Si fatica a riconoscere – a immaginare – in quelle foto in bianco e nero del 1969 la Torino di oggi. È il deserto lasciato dalle fabbriche, soprattutto, a cambiare gli orizzonti. Da Barriera di Milano a via Borgaro, dal Lingotto fino a Mirafiori oggi abbiamo «implementato» immagini completamente diverse. E però, il vuoto rimane.

Mauro Vallinotto ha scavato nel suo archivio riportando alla luce la città di 50 anni fa. Alcuni scatti sono davvero «magici», rimasti nella storia: per citarne uno solo, quel Giovanni Agnelli in doppio petto che esce dal Salone dell’Automobile mentre sulla destra, dal basso, un operaio lo guarda. È in tuta, ha a fianco il baracchino e un giaccone ripiegato; dietro di lui c’è già un paesaggio misto di rottami. Lo sguardo di quell’operaio compendia un intero racconto, la stagione di una città. I giornalisti Ettore Boffano e Salvatore Tropea hanno «rivestito», per il libro «Torino ‘69», le immagini di Vallinotto di testi originali, che stanno fra la memoria dei testimoni oculari e la riflessione per inquadrare in un contesto più ampio gli avvenimenti di quei mesi del 1969 – l’«Autunno caldo» – che segnarono un punto di svolta nelle vicende torinesi e dell’intera Italia.

In questi stessi giorni esce un altro libro prezioso, «Commissione interna». Il volume, a cura della Fondazione Vera Nocentini, raccoglie i ricordi di Mario Gheddo: operaio, sindacalista, impegnato nelle associazioni ecclesiali, con alle spalle una vita di lavoro in fabbrica e nella Cisl; per molti anni ha curato, con grande competenza e disponibilità, la rubrica «Previdenza» sulla «Voce del popolo». Anche per questo volume il termine di riferimento è l’Autunno caldo.

I due libri hanno in comune l’arco temporale, il territorio dell’area metropolitana torinese, la vita della fabbrica – in tutte le sue dimensioni: quelle otto ore, ma anche il ritmo che per decenni la fabbrica ha imposto alla città, e gli stili di vita «obbligati» che dalla fabbrica derivavano. Nel caso di Gheddo si tratta di testimonianza diretta, di una riflessione condotta dall’interno da chi ha scelto di coinvolgersi profondamente e completamente nelle vite delle persone di cui era a servizio nel sindacato. Per Tropea e Vallinotto il lavoro del libro è un recupero della memoria, di un tempo che vissero come reporter (Ettore Boffano era adolescente, nel 1969: ma il suo lavoro negli anni successivi lo ha portato a ragionare sulle complessità di quella stagione).

Nel celebrare i 50 anni dell’Autunno caldo c’è un motivo di grande interesse per il presente (e il futuro) di Torino. Se è vero che la storia è quella scritta dai vincitori, chi sta scrivendo questo nostro segmento di storia? I protagonisti di allora non ci sono più o sono profondamente cambiati: il sistema Fiat è scomparso. L’azienda ha persino cambiato nome, conservando una presenza di tipo completamente diverso; e il sindacato di oggi, pur continuando a svolgere un ruolo fondamentale, non è certo il capofila di un «movimento» capace di coniugare innovazione tecnologica e cambiamento sociale (e per altro questi nostri anni sotto il segno della frantumazione e dell’individualismo hanno confinato lontano all’orizzonte i corpi sociali intermedi e stanno rimettendo in discussione tutti i meccanismi della rappresentanza…). Eppure, se non «scriviamo la storia», significa che il nostro presente è divenuto irrilevante… Una ulteriore avvertenza, poi, coinvolge il nostro modo di guardare a quegli anni: interpretare l’Autunno solo in termini di «conflitto» significa dimenticare che le lotte in fabbrica erano anche lotte «per» la fabbrica: per tutelare e migliorare le condizioni di chi alla fabbrica contribuiva col proprio lavoro – con la propria vita.

Le ragioni e i fermenti di quella stagione hanno lasciato segni profondi: l’emergere del sindacato come «forza nuova» in un sistema bloccato; l’inedita (e precaria) alleanza tra lavoratori e studenti; l’attenzione – ed era forse la prima volta – a portare alla luce i problemi del «sociale» (casa, famiglia, scuola, salute…), e non soltanto le retoriche della produzione, del successo economico, del «progresso sicuro» che erano in quegli anni proprie della fabbrica. Se volessimo chiamare queste cose col loro nome, oggi come allora, dovremmo parlare di libertà, giustizia sociale, priorità della persona, qualità della vita… In questo senso i ricordi di Mario Gheddo sono illuminanti: ovunque torna, nelle sue parole, la motivazione forte del lavoro in sindacato: l’attenzione alle persone prima che alle etichette e alle divisione. Il mettersi a servizio dei bisogni fondamentali, piuttosto che puntare solo a incassare un risultato «politico».

E Gheddo ricorda, in un paio di pagine, la figura del cardinale Michele Pellegrino, sottolineandone un tratto sopra tutti: «era capace di ascoltare», voleva comprendere, sapeva imparare. Sono le stesse parole che rimbalzano poi nella «Camminare insieme»: «il povero è colui che ascolta tutti, ascolta il suo caporeparto in officina, ascolta il deputato che fa il comizio, ascolta il sindacalista, alla fine deve ancora ascoltare sua moglie quando torna in casa la sera, ascolta il parroco quando va in chiesa, e non è ascoltato da nessuno. Manca troppo spesso l’impegno dell’ascolto».

La Chiesa di padre Pellegrino è uno dei segni – e dei protagonisti – del cambiamento, insieme a molti altri. Il conflitto di quell’autunno segna una svolta nelle relazioni industriali e fa emergere un quadro politico diverso dal «clima» di Valletta: ministro del Lavoro è il torinese Carlo Donat-Cattin; e pochi mesi dopo, nel 1970, nasce in Italia lo Statuto dei lavoratori… Notano Boffano e Tropea: «Se Torino e l’Autunno caldo presero quella deriva epocale fu anche perché essa coincise con una mutazione che non riguardò soltanto il mondo giovanile e l’universo operaio. Era in atto, alla fine di quel decennio, un radicale cambio della guardia anche sull’altro fronte, quello degli imprenditori e dell’allora nascente – almeno nella versione che si conoscerà negli anni a venire – categoria dei manager (…) La nuova generazione era il risultato di un ‘ordine’ che si voleva costruito perché funzionasse in modo diverso rispetto al passato. Ed è inutile dire che fu la Fiat a sperimentarlo» (pag. 157). Il conflitto, si sa, non era solo in strada o nelle vertenze sindacali. In quella stagione ci sono anche i semi degli «anni di piombo», insinuati tra le lotte degli studenti e il disagio degli operai. È ancora lo stesso autunno, quando il 12 dicembre 1969 esplodono le bombe alla Banca dell’Agricoltura a Milano, in piazza Fontana.

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