Torna il sangue in Palestina, strage sulla striscia di Gaza

Guerra infinita – Gli oltre 60 morti sul confine fra Israele e Gaza, nel giorno del trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, sono il vero «scandalo» di una storia che, da una parte come dall’altra, continua ad essere segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dalla vergogna. Da Washington il presidente Trump sfida l’Autorità palestinese e il regime iraniano degli Ayatollah

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Gerusalemme

Hamas non poteva mancare alle celebrazioni per i 70 anni di Israele. I 63 morti al confine di Gaza, nel giorno del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, sono il vero «scandalo» di una storia che, da una parte come dall’altra, continua ad essere segnata dalla violenza, dall’ingiustizia, dalla vergogna. Forse perché, lungo questi 70 anni, hanno sempre finito per prevalere gli interessi della guerra sulla faticosa pazienza delle soluzioni condivise. Per questo i «festeggiamenti» di questi giorni sono, per forza di cose, dimezzati: non esiste uno Stato di Palestina, non esiste uno status internazionale per Gerusalemme – e pure queste erano le indicazioni della deliberazione delle Nazioni Unite che diede il via alla costituzione di Israele.

Israele non è più quella dei kibbutz, di un «socialismo» imposto dalla necessità di sopravvivere. Il Prodotto interno lordo pro capite è di 37.292 dollari – quello dell’Italia è di circa 30.500. Qui si concentra un enorme potenziale di sviluppo per le nuove tecnologie in settori d’avanguardia, a cominciare dalla desalinizzazione dell’acqua. Israele, con altri partner arabi e sotto la regia di Eni, partecipa alle ricerche per lo sfruttamento di Zohr, il grande giacimento di gas naturale sotto le acque del Mediterraneo orientale (e questo lascia intuire una delle ragioni per continuare il blocco navale israeliano di fronte a Gaza).

Con la costruzione del muro la quantità di attentati si è ridotta notevolmente; il «progresso», naturalmente, ha portato con sé le diseguaglianze: a Tel Aviv è esploso il fenomeno degli «indignados», come a Madrid e in altre capitali europee; il voto a destra (alle varie destre) sembra consolidarsi da un’elezione all’altra.

La vittoria senza pace sta portando Israele a consolidare la propria posizione nella regione. Un lavoro che viene compiuto, pare di capire, con grande tenacia, pazienza e lungimiranza, in cui gli obiettivi e gli interessi degli Stati Uniti vengono interpretati e «coordinati» con quelli israeliani. L’attuale presidenza americana ha bisogno di far crollare – o modificare profondamente – il castello di alleanze cui le precedenti amministrazioni democratiche avevano dovuto cedere dopo l’esplodere della guerra in Siria. Dunque: niente più accordi strategici con la Russia, identificazione del nuovo nemico principale nell’Iran, consolidamento dell’alleanza con Arabia Saudita e Israele. In genere gli Stati Uniti agiscono dopo aver sentito gli alleati più fidati: una volta era la Gran Bretagna, ora – per il Medio Oriente – è certamente Israele (e mai l’Unione Europea…). Ma a Tel Aviv oggi non c’è un Ben Gurion e neppure un più modesto (ma non per questo meno accorto) Ariel Sharon – come per altro a Londra non c’è Winston Churchill. C’è Bibi Netanyahu: un politico di professione, che ha bisogno di voti per continuare a stare in sella; voti dei socialisti o, come ormai da anni, voti dei «fondamentalisti» ebraici, siano essi integralisti religiosi o fautori dei «coloni» che occupano (illegalmente) i Territori in Cisgiordania. Tutti con una base programmatica sicura: si parli sempre di «processo di pace», e non si faccia mai la pace.

Tra i vari «consolidamenti» che Israele sta portando avanti c’è anche il confronto con le istituzioni religiose, e la Chiesa di Roma in particolare. Un primo riconoscimento diplomatico data da 25 anni, ma è… ancora in via di perfezionamento, a riprova delle difficoltà esistenti. Intanto la burocrazia israeliana cerca di abolire antichi privilegi fiscali per le istituzioni religiose, e di far pagare nuove tasse alle scuole cristiane, in nome di una «scuola pubblica nazionale» che sarebbe, è ovvio, tutta e solo ebraica, con finestrine per le «ore di religione» altrui. Le Chiese si stanno muovendo in modo sempre più coordinato, nell’interesse di popolazioni che non hanno più, a Gerusalemme come nei Territori, né voce propria né portavoce credibili.

Intendiamoci: che Israele abbia vinto la sfida per la propria esistenza continua a rimanere, 70 anni dopo, una «bella notizia»: quello Stato non è solo un modo per espiare nostri sensi di colpa, è un’esperienza concreta di democrazia e società civile che continua ad avere molto da insegnare. Ma la violazione delle convenzioni internazionali, con le conseguenze militari che comporta, rimane un fatto grave.

Tuttavia, alla svolta dei 70 anni, continuano a rimanere irrisolti i tre grandi problemi sulla via della pace: un’equa ripartizione delle risorse idriche, il confronto demografico con le popolazioni arabe e – soprattutto – lo status di Gerusalemme. Alla faccia dell’ambasciata a stelle e strisce e del Giro d’Italia sbarcati nella Città Santa.

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