Tribunale ecclesiastico, “ormai convivere conviene più che sposarsi”

Intervista – Crollo dei matrimoni, il vicario giudiziale don Ettore Signorile denuncia la fragilità dei sostegni alle famiglie

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Meno matrimoni in chiesa, richieste di nullità ferme ai livelli di 10 anni fa. Cosa sta succedendo in Piemonte?

«Accade ciò che succede praticamente in tutta Italia, anche se con una maggiore gravità rispetto ad altre regioni – risponde don Ettore Signorile, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale – La secolarizzazione ha il suo peso, tuttavia abbiamo in atto altri fattori che sembrano sconsigliare la scelta matrimoniale nelle coppie. Il primo, non certo secondario, è la grave carenza di politiche a sostegno delle famiglie. Penso alle carenze in ambito assistenziale sia per i bambini che per le madri che lavorano. È una vera e propria povertà o assenza dello stato sociale che vede coinvolti sia gli enti locali che lo Stato. Paradossalmente hanno maggiori aiuti le coppie di fatto che mettono al mondo dei figli rispetto alle famiglie costituite nel matrimonio. Penso anche alla scarsa incidenza che in Italia hanno gli assegni famigliari. In secondo luogo, in Piemonte, si è fatto sentire il morso della crisi economica che ha generato incertezze e provvisorietà (si pensi alla disoccupazione giovanile). La secolarizzazione ha poi accentuato una percezione soggettiva ed individualistica dei valori».

Dalle parole di don Signorile emergono in tutta la loro gravità l’emergenza della famiglia, la solitudine delle giovani coppie in uno Stato dove anche i valori grandi sono relativi. Sì, sempre meno famiglie, sempre più sole.

Più convivenze, meno unioni sacramentali: quali insegnamenti e consigli ci vengono dai freddi dati statistici per la nostra Chiesa in cammino?

Il vero problema non sta semplicemente nei dati quantitativi, significativamente preoccupanti per le comunità cristiane, ma la difficoltà che spesso si riscontra nel cogliere, vivere e testimoniare la bellezza e la grandezza del matrimonio cristiano. Ci vuole fede! Il Papa ha detto: «Ci vuole coraggio per sposarsi oggi!». Io direi: «ci vuole il coraggio della Fede». Penso che le nostre comunità debbano ripensare non i «corsi prematrimoniali», ma i percorsi di avvicinamento e presa di coscienza del matrimonio cristiano come garanzia della fedeltà di Cristo nell’amore di un uomo e di una donna. Una garanzia che si fa legame indissolubile, cioè dono. Un dono o è per sempre o non è vero dono.

Quali sono le più comuni richieste di dichiarazione di nullità?

Un tempo prevalevano le esclusioni (dei figli, dell’indissolubilità, della fedeltà, della sacramentalità) che prospettando il rifiuto di una proprietà del matrimonio o di uno dei suoi fini rendono nullo il patto matrimoniale. Se si esclude qualche aspetto fondamentale dell’alleanza in Dio dell’uomo e della donna, viene meno la validità del consenso. Oggi sono preponderanti, invece, le incapacità consensuali ovvero tutti quei fattori di umana fragilità determinati da problematiche psicologiche o psichiatriche. Oggi prevale un’incapacità (grave immaturità) nel contrarre con matura libertà il vincolo e nel vivere il matrimonio capaci di assumerne gli impegni. A questo non giova la superficialità con la quale troppo spesso ci si sposa.

E allora cosa suggeriscono i diagrammi del Tribunale ecclesiastico Piemontese ai sacerdoti e ai cattolici?

Suggeriscono l’urgente necessità che si ponga mano a tutti i livelli, da parte dell’intera comunità cristiana, ad una nuova evangelizzazione del matrimonio e della famiglia. Papa Francesco auspica un cammino di «catecumenato», di preparazione delle nozze. Occorre che i giovani vedano e tocchino con mano la bellezza della vita matrimoniale e famigliare. Il problema non consiste nel fatto che il calo dei matrimoni in Chiesa riduca il lavoro del Tribunale, ma piuttosto, la non percezione da parte dei fedeli della povertà pastorale che sembra segnare il vissuto delle nostre comunità, rendendole incapaci di accompagnare i fedeli fin dall’inizio del cammino e non solo quando le coppie rimangono ferite per i fallimenti della loro unione. C’è, infine, un grosso calo di sensibilità religiosa che non fa sentire alcun tipo di disagio nei nostri fedeli che si separano, come se questa fosse una banalità. Non dobbiamo illuderci: ogni anno sono migliaia le coppie piemontesi sposate in chiesa che si separano.

Le cifre impietose dei matrimoni in Chiesa e civili avvalorano l’affermazione del cardinal Gianfranco Ravasi di come i cattolici stiano diventando «minoranza in Occidente». Quali strade per continuare il cammino anche alla luce del Motu proprio di Papa Francesco?

La strada del Motu proprio è chiara: discernere le situazioni, accompagnare le coppie, integrare i fedeli anche nell’ambito della pastorale giudiziaria. I cattolici non «stanno diventando», ma sono una minoranza in Occidente. Una minoranza che deve vivere e testimoniare con gioia ed entusiasmo la fede e in essa la bellezza di una Chiesa «famiglia di famiglie». I cattolici devono vivere il passaggio da un matrimonio per convenzione sociale, spesso assunto e intrapreso con grande superficialità, ad un matrimonio di convinzione ecclesiale.

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