Tripoli, Lampedusa, Torino. «Il mio viaggio sul barcone»

Ahmed, sudanese, ricorda il suo viaggio da Tripoli alla Sicilia. Ormai da 6 anni a Torino, studia e lavora, ma non può dimenticare le vittime del mare e il suo paese

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Era l’8 luglio del 2013 Papa Francesco sceglieva Lampedusa come prima meta dei viaggi apostolici del suo pontificato. Papa Bergoglio «profondamente toccato dal recente naufragio di un’imbarcazione che trasportava migranti provenienti dall’Africa, ultimo di una serie di analoghe tragedie» si leggeva nella nota della Sala stampa Vaticana che annunciava la metas, «intende pregare per coloro che hanno perso la vita in mare, visitare i superstiti e i profughi presenti, incoraggiare gli abitanti dell’isola e fare appello alla responsabilità di tutti affinché ci si prenda cura di questi fratelli e sorelle in estremo bisogno». Nello stesso anno, il 3 ottobre, uno dei più gravi naufragi sulla costa dell’isola con oltre 350 morti accertati, ad accrescere una cifra che non tiene conto di migliaia di dispersi, di uomini, donne e bambini che negli anni sono partiti dall’Africa e di cui non si sa più nulla. 5 anni dopo Papa Francesco a San Pietro ha voluto celebrare una Messa: momento di preghiera «per i migranti defunti, per i sopravvissuti e per coloro che li assistono». Tra loro, tra quanti un giorno si sono imbarcati nella speranza di raggiungere l’Italia anche Ahmed, classe 1987, oggi a Torino, in procinto di laurearsi, con un lavoro e una casa. Un presente segnato dalla sofferenza del passato ma  anche – grazie alla Pastorale Migranti –  dalla consapevolezza di vivere oggi in condizioni e con prospettive positive impossibili se non fosse partito, se non fosse scappato. Gli abbiamo chiesto di tornare con la memoria a quel viaggio che ha condiviso con tanti migranti.

Ahmed quale è il suo ricordo di Lampedusa?

Provengo dal Sudan, prima di arrivare a Tripoli da dove mi sono imbarcato, il mio viaggio era iniziato da tempo. L’11 maggio del 2008 venivo imprigionato nel mio Paese per le mie idee politiche. Per 6 mesi rimasi in carcere senza luce, con poco cibo, senza possibilità di muovermi,  mi sono ammalato e ritenendomi ormai morente un giorno le guardie mi scaricarono in una strada. Invece mi ripresi, riuscii a tornare a casa, ma quando scoprirono che non ero morto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre la polizia tornò a cercarmi a casa mia. Aprì la porta mio padre, mentre io scappavo, scavalcai un muro e riuscii a fuggire. Dopo seppi che mio padre venne imprigionato e poi, a seguito delle torture, morì in carcere… Questo è anzitutto il ricordo che ha accompagnato il mio viaggio verso la Libia e poi verso Lampedusa… io scappavo e mio padre era morto, se non avessi saltato quel muro lui non sarebbe stato preso…  A Tripoli avevo trovato un lavoro, ma non avevo documenti perché in Sudan mi avevano tolto la cittadinanza, ero apolide, e quando nel 2011 iniziò la guerra e bombardarono il mio palazzo decisi che dovevo scappare ma l’unica via era il mare…

Quale era la percezione del viaggio che stavi per affrontare?

Non sapevo dove andare, sapevo che sarebbe stato terribile, ma non avevo paura della morte, ormai non avevo più niente da perdere… Come apolide i paesi confinanti con la Libia non mi facevano entrare e restare era comunque troppo rischioso… partii senza nessuna certezza.

Cosa accadde in mare?

Il viaggio durò una settimana, partii il 16 agosto 2011. Non posso dimenticare che arrivammo vivi la metà di quanti eravamo saliti sulla barca. C’è chi è morto per gli stenti e le fatiche di una traversata affrontata in condizioni di salute già precarie, chi dalla disperazione si è buttato in mare e poi ci sono quelli che sono caduti ‘come pezzi di un albero’ nelle acque per effetto delle onde. Arrivavano ondate, la barca si muoveva e chi non riusciva a tenersi cadeva. Poi ancora c’è chi è morto schiacciato nella stiva, soffocato….

Poi l’arrivo…

Non posso dimenticare l’accoglienza, l’aiuto ricevuto a Lampedusa. Io non parlavo italiano, non capivo e c’erano dei dottori che mi visitavano, persone che mi tranquillizzavano. Quello che per me era la prima cosa positiva è che nessuno mi bombardava più, mi seguiva o mi minacciava. C’era invece chi mi accoglieva, mi offriva un posto dove stare.

E a Torino?

Torino è stata un’altra scoperta di accoglienza: non solo materiale…ma un’accoglienza che ti accompagna, ti sostiene, un’amicizia. In Sudan avevo studiato economia e dalla Puglia dove ero stato trasferito dopo lo sbarco a Lampedusa avevo mandato alle università delle mail per capire come e se potevo continuare a studiare. La prima risposta mi arrivò dall’università di Torino e così riuscii ad arrivare a Porta Nuova, dormii per strada per tre giorni, poi andari nella casa occupata di via Paganini… Era il 2012. Un giorno mentre ero li e cercavo di studiare, venne il Vescovo e mi chiese cosa facessi… gli raccontai la mia storia e dopo quel giorno con l’Ufficio Migranti della diocesi iniziò il mio nuovo cammino. Oggi lavoro nella Rete italiana di cultura popolare e fra poco spero di concludere gli esami per laurearmi in Scienze internazionali. Oggi spero, ma non posso dimenticare il viaggio sul barcone, la sofferenza di tanti e la fortuna avuta nelle persone che ho incontrato.

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