Turchia, fermare le bombe di Ankara sui curdi

Guerra – L’operazione militare dell’esercito turco in Siria prosegue, migliaia gli sfollati, timori per la città martire di Kobane, simbolo della resistenza al Califfato. L’Italia blocca la vendita di armi, ma la Mezzaluna è il terzo mercato per l’export militare, dopo Qatar e Pakistan

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foto Sir

Le guerre sono sempre una tragedia, una sciagura, una calamità; e fanno sempre «danni collaterali», come recita il gergo militare, cioè vittime civili innocenti, vecchi, donne, bambini. Qualche volta, però, innescano ‘vantaggi collaterali’, certo non confrontabili con i danni e i lutti che provocano, ma che possono rivelarsi duraturi: la Seconda guerra mondiale, ad esempio, cementò, attraverso prove inenarrabili, il rapporto transatlantico, che resiste da 75 anni e che potrebbe persino superare la ‘prova Trump’ (a condizione di superare, ora, la ‘prova Turchia’).

L’aggressione della Turchia ai curdi induce l’Ue all’unità sul blocco dell’export di armi ad Ankara; mette i brividi alla Nato, di cui Ankara è il bastione sud-orientale; dà una scossa all’Onu, che resta, però, paralizzata; e pone forse definitivamente fuori gioco nella Regione gli Usa. Ritirandosi dall’area, l’America di Trump consegna la Siria a una spartizione in zone d’influenza tra Turchia e Russia e Iran, già avviata con il processo di pace di Astana e ora non più contrastata sul terreno.

L’effetto è così brusco che, nei circoli diplomatici mediorientali e occidentali, qualcuno pensa che fosse calcolato: i curdi resistono all’offensiva turca, che non riesce a essere una blitzkrieg; Trump ordina ai suoi di ‘tagliare la corda’ e di non restarsene a fare da cuscinetto; e Assad con il consenso di Putin offre ai curdi una protezione pelosa, che è comunque meglio della repressione sanguinosa di Erdogan.

In questa guerra, turchi contro curdi, americani che si defilano, siriani che si propongono a difesa dei curdi con l’avallo dei russi, che prendono le postazioni degli americani e si interpongono come cuscinetto tra i belligeranti, ci sono giornate che tutto va veloce, soprattutto all’inizio, quando parte l’offensiva. E ci sono giornate, come martedì 15 ottobre, durante le quali sembrano succedere più cose nelle stanze della diplomazia, nelle aule dei Parlamenti, nelle telefonate fra leader che sul terreno.

Dove, però, si continua a sparare e a morire e, soprattutto, a fuggire da bombardamenti e combattimenti: alla mezzanotte del 15 ottobre, l’offensiva di Ankara aveva già fatto oltre 275 mila sfollati, che potrebbero diventare 400 mila nel Rojava. I turchi stimavano di avere eliminato 600 combattenti curdi – loro dicono «terroristi» – e di avere conquistato mille kmq di territorio. Ci sono stati giornalisti uccisi – almeno due – e feriti – almeno sei – in attacchi a convogli non militari. Ci sono stati attentati mirati – in uno, è stata uccisa un’attivista per i diritti delle donne, Hevrin Khalaf – e attacchi a prigioni dove erano detenuti miliziani dell’Isis, alcuni dei quali ne sono fuggiti. Colpi di mortaio sono caduti in Turchia, facendo morti e feriti.

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