Tutti i mal di pancia della Scuola italiana

Focus – Si è dimesso il ministro Fioramonti, l’Italia ne vede sostituire mediamente uno ogni due anni. Il risultato è un sistema inefficiente, che le continue riforme non fanno che peggiorare

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La scuola arriva all’appuntamento annuale delle iscrizioni orfana del precedente ministro, sostituito a tempo di record. Non da una sola ministra, Lucia Azzolina, ma addirittura da due, con la scelta di Gaetano Manfredi. Si è infatti deciso di dividere nuovamente il ministero dell’Istruzione, affidato alla prima, da quello dell’Università e della Ricerca, affidato al secondo. I due dicasteri erano stati uniti per l’ultima volta undici anni fa dalla ministra Mariastella Gelmini. La scuola tira un sospiro di sollievo, sì, ma tutto sommato contenuto: in fondo gli ultimi inquilini di Viale Trastevere sono ricordati per qualche stranezza, piccoli scandali, molte dichiarazioni e pochi, pochissimi provvedimenti di sostanza. Perché con la scuola le cose vanno così: tutti ne parlano da esperti, tutti ne protestano la fondamentale importanza, ma sono solo parole, formule retoriche a cui nessuno crede veramente e a cui non crede soprattutto la politica.

Non si è ancora del tutto spenta l’eco dei dati dell’ultima rilevazione Ocse sulle abilità dei quindicenni italiani di comprensione di un testo, in matematica e in scienze, ma è, appunto, un’eco, un fenomeno acustico, la risonanza di un suono che ritorna tale e quale nel luogo dove è stato emesso. Perché quasi nessuno si è preoccupato di andare a vedere il rapporto Ocse-Pisa, pochissimi sono andati oltre i titoli roboanti: «Studenti italiani: ultimi in scienze»; «Un ragazzo su due non comprende un breve testo scritto»; «La scuola italiana bocciata senza appello». I dati non dicono questo. Dicono che negli ultimi vent’anni le competenze di lettura e comprensione sono sostanzialmente stabili; dicono che vi sono costanti miglioramenti in matematica ed un trend negativo in scienze. Parlano di un divario che si approfondisce tra la scuola del Nord e quella del Sud; registrano risultati al di sopra della media Ocse per gli studenti dei licei e al di sotto per quello degli istituti tecnici, dei professionali e della formazione professionale. Insomma, i dati dicono cose serie e preoccupanti che però non preoccupano seriamente nessuno.

Se qualcuno invece si volesse far carico di questa preoccupazione potrebbe suggerire alle scuole di ampliare lo spazio dedicato in classe alla lettura, comprensione e scrittura di testi, magari comprimendo un po’ il tempo dedicato prematuramente, fin dalla scuola media, alla storia della letteratura. Potrebbe suggerire un approccio più sperimentale e meno nozionistico alle scienze, che dopo essere assurte alla gloria di uno dei quattro assi culturali sono state neglette, compresse in poche ore di lezione settimanali in un curricolo che vede troppe materie, troppa frammentazione tra gli indirizzi invece che un ciclo unico fino al completamento dell’obbligo a 16 anni. Potrebbe infine ipotizzare incentivi economici (più stipendio) e benefit (maggiore valutazione del servizio ai fini pensionistici) per spingere i docenti migliori ad andare nelle aree disagiate, nelle scuole difficili e rimanervi. Tutte idee, queste, ovvie, persino banali, che si applicano in molti Paesi ed in molti settori, pubblici e privati.

L’ambizione è caratteristica dell’animo umano e ad essa sembrano non potersi sottrarre in particolar modo gli animi dei ministri: da Gentile in poi (che fu ministro dell’istruzione per due anni, dal 1922 al 1924, ma abbastanza da far approvare nel 1923 una riforma epocale) pochi sono i ministri che non abbiano voluto legare il proprio nome ad una riforma della scuola. Ora, la constatazione che le cose non vanno esattamente bene e la conseguente scelta di un radicale cambiamento, addirittura di una riforma, non è cosa che un qualsiasi settore possa sopportare troppo frequentemente. E non fosse altro che perché fatta una riforma, occorre che la si testi, se ne veda l’applicazione, se ne corregga i lati negativi e la si implementi. Tutte cose che richiedono un tempo assai superiore al mandato di un ministro. In diciannove anni siamo arrivati, con l’onorevole Azzolina, alla nomina del decimo ministro.

La scuola ha bisogno di fondi, si dice da più parti, e lo dimostrerebbero le classifiche internazionali sugli investimenti statali in istruzione. Non c’è dubbio che maggiori investimenti potrebbero affrontare alcuni problemi annosi, ma occorrerebbe anche una politica di spesa orientata. Dal punto di vista statistico possiamo verificare che la spesa statale per studente è in Italia in linea con quella dei Paesi Ocse e se i nostri studenti vanno peggio forse occorrerebbe verificare se più che spendere meno non si spenda male. Diverso il discorso per l’Università, dove la spesa per ogni studente italiano è pari al 69 per cento di quella della media Ocse. Un divario notevole e preoccupante a colmare il quale magari lo sdoppiamento del ministero e l’autonomia riconquistata di Università e Ricerca potrebbe essere utile. Per precisione però val la pena ricordare che l’accorpamento non era stato volontà di governi ottusi e volti solo al risparmio, ma era previsto in quell’articolato programma di razionalizzazione e semplificazione della pubblica amministrazione, che siamo soliti rimandare alla Riforma Bassanini del 1999.

Uno dei primi appuntamenti che aspettano la neoministra sarà il tavolo di confronto sindacale sui meccanismi di reclutamento dei docenti. Alcuni «concorsi» sono anzi in partenza e racchiudiamo tra le virgolette il sostantivo, perché non vorremmo che il lettore fosse tratto in inganno dai significati di selezione che il termine richiama. Nel nostro Paese il reclutamento degli insegnanti avviene per concorsi sussultori, banditi cioè ad intervalli irregolarissimi, e per assorbimento da graduatorie ad esaurimento, termine, questo, che significa di fatto che mai si esauriscono per via del continuo affluirvi di supplenti che maturano anni e anni di servizio, precario contrattualmente, ma costante nel tempo. I supplenti sono un esercito, ma mancano quelli delle discipline scientifiche e tecniche: a questi laureati il mondo del lavoro offre sistemazioni ben più allettanti che il lungo (e modestamente pagato) precariato scolastico. Di qui ogni tanto la necessità di far ricorso a concorsi che sono in realtà sanatorie.

Facciamo i migliori auguri alla ministra, convinti anche che la sua recente militanza in uno dei più agguerriti sindacati della scuola potrà esserle di grande aiuto per chiudere questa fase di reclutamento e gettare le basi per un percorso futuro di formazione dei docenti del domani che potrebbe essere coordinato con l’Università grosso modo in un percorso che veda la laurea triennale sui contenuti disciplinari, quella magistrale su elementi pedagogici e di didattica della disciplina e infine un tirocinio nella scuola. Idea non nuova, in realtà, che basterebbe copiare dai molti Paesi in cui già è in atto, ma che richiederebbe alla ministra molta energia nel tentare di superare le molte resistenze che questo percorso incontra, a cominciare da quelle accademiche. Infine, per i docenti che già ci sono meglio introdurre l’obbligo di formazione in servizio; obbligo verificabile per crediti accumulati, corsi e ore frequentati e non fumose dichiarazioni di «diritto dovere», «autoformazione», «aggiornamento opzionale» o simili. Anche qui niente di nuovo: basterebbe copiare da quello che succede in quasi tutti gli ordini professionali.

Infine un ultimo problema, anzi un’emergenza; quella dell’edilizia scolastica. Un settore che richiederà un impegno finanziario considerevole se si guarda allo stato (di vetustà e ammaloramento) del patrimonio edilizio scolastico. Anche qui occorre però fare una precisazione per definire un programma di interventi. In primo luogo gli interventi di manutenzione che a loro volta si dividono negli urgentissimi lavori per garantire la sicurezza e negli urgenti ripristini delle strutture deteriorate. Finora le risorse sono state mobilitate per le messe in sicurezza, e giustamente, ma va da sé che la mancata manutenzione ben presto trasforma un lavoro di ripristino ordinario in un intervento di messa in sicurezza. Dunque Stato, Regioni, Province e Comuni corrono dietro in affanno ad emergenze sempre nuove e non possono badare al secondo livello di intervento: la costruzione di nuove scuole e l’ammodernamento degli ambienti secondo i criteri che le recenti tecniche (e tecnologie) didattiche impongono.

Ma il 2020 è appena cominciato, le scuole attendono le linee di indirizzo, auspicano politiche di continuità o alla meno peggio si augurano di essere lasciate in pace. Tanti auguri.

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