Un grande senso di vuoto dietro al gesto di distruggere la città

Torino – La rabbia dei giovani che spaccano le vetrine nasce nei quartieri tagliati fuori dalla città. È il grido di chi si sente senza futuro. L’analisi di don Cravero

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C’è una condizione che sembra unire i fatti di violenza che ci turbano in questi giorni, la violenza nelle strade, la distruttività delle bande giovanili, l’intolleranza: essa è la delusione e l’umiliazione del non sentirsi riconosciuti come persone, la solitudine crescente nelle nostre città, l’incomunicabilità.

La violenza in tutte le sue espressioni è sempre il segno di una condizione di malessere, radicata nell’isolamento e nella paura dell’altro. Il dolore mentale, secondo i contributi più rilevanti della psicanalisi, si può concentrare attorno al nucleo incandescente della storia evolutiva che è il narcisismo. Il piacere è la forza creativa della vita; per questo, non può essere dissociato dall’amore. Si viene al mondo da un atto d’amore, si cresce sani e felici per l’amore ricevuto. Il volto della madre è il luogo simbolico del piacere e del desiderio. Senza l’attaccamento materno il bambino non accede alla consapevolezza di esistere e di valere. Ogni forma vitale affonda le radici nel piacere affettivo (nella sua attesa, la sua nostalgia o la sua illusione).

Il problema della vita sono le separazioni. Gli umani sono esseri fondamentalmente dualisti, in virtù della forte dipendenza biologica primordiale da oggetti di accudimento. Ciò che fa vivere, può smettere di esserci, può allontanarsi, sparire, tramontare. Su questo orrore si fonda l’umano, fin dal primo pianto. L’evento umano è tutto anticipato dal taglio del cordone ombelicale. La perdita della mamma è la base dell’angoscia. I problemi dell’umano probabilmente non si porrebbero se si potesse vivere in una condizione di fusione primaria. In quel paradiso fantasmatico non ci sarebbe però che l’indistinto. Nella simbiosi materna il bambino si percepisce come «il solo», l’unico. L’illusione però è di breve durata. Non potrà possedere la madre. Non potrà sempre stare tra le sua braccia; dovrà imparare a camminare da solo. Dovrà smettere di pensarsi il solo, dovrà accettare di stare «solo». Riconoscerà così che la mamma non è sempre disponibile e che non è lui che la crea. Esiste una solitudine liberatoria che contraddistingue l’umano. Se il bambino non impara a riconoscere l’Altro, non potrà essere se stesso. L’Altro resterà sempre colui che estorce il diritto di essere l’unico. Più si sale in narcisismo, più si perde il contatto con il reale, fino alla frattura e al disconoscimento. Senza il concetto di «pulsione di morte» non si spiegherebbe, infatti, la dinamica del narcisismo. Sentirsi «unici» fa percepire il piacere di vivere; un suo eccesso porta invece alla morte. Secondo M. Klein, a certe condizioni, l’angoscia (l’assenza, la reazione delle madri che non ne possono più, la coartazione delle vita quotidiana) crea le condizioni di un tipo di presenza non possessiva, promuove l’autonomia, sviluppa le abilità e le attitudini creative, educa alla responsabilità.

Gli animali vivono nell’immediatezza dei loro istinti, gli umani invece sono gli unici che sanno dire «no», che possono intervenire nell’intervallo tra la pulsione e la sua soddisfazione. La base sicura della volontà deriva però paradossalmente non da sé ma dai legami che si costruiscono. Non basta quindi mobilitarsi contro la violenza, bisogna battersi a favore dell’amore. L’affetto non è solo un moto del cuore; è anche il più bel dono del costume sociale, della solidarietà pazientemente organizzata. La saggezza consiste nel disilludere senza deludere, nell’insegnare a ridurre il narcisismo primario (il vivere sopra le righe) senza attaccare il narcisismo stesso (la sufficiente stima di sé). Possiamo aprire una via di scampo al dilagare della violenza lavorando sulla prevenzione della delusione affettiva e costruendo instancabilmente reti di solidarietà. Possiamo proporre (anche online) itinerari di educazione affettiva soprattutto per gli adulti, percorsi per prendersi cura dell’amore di uomo e donna, pratiche partecipate nella conduzione delle parrocchie, incontri dei genitori che educhino alla riconoscenza e all’autonomia,. Possiamo lavorare seriamente per risolvere certi conflitti che lacerano le comunità religiose. Ogni piccola buona prassi è un segno di speranza e genera speranza. I nostri giorni ci offrono potenti risorse comunicative e creative. Fioriscono sorprendenti energie, capaci di sfidare i più cupi pessimismi. Smettiamo di essere generativi, invece, quando cessiamo di incontrarci. Parte dell’energia umana dipende dal contatto, quello del vivere insieme e del lavorare insieme.

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