Una foto nera, e il sorriso degli Scout del Torino XXV

Lettera – Pubblichiamo la riflessione del clan del gruppo scout Agesci Torino XXV (parrocchia Nostra Signore della Salute – Borgo Vittoria) dopo l’esperienza di servizio  presso l’associazione «Saluzzo Migrante» della Caritas di Saluzzo che accoglie rifugiati

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foto nera

Caro Direttore,

le inviamo una foto nera, sì nera. Nera come la notte, nera come la vita. Sì la vita, stiamo parlando della vita. Ma quale vita? La vita nostra o la vita degli altri?

Siamo un gruppo di scout del Clan Agesci Torino XXV. La scorsa settimana abbiamo trascorso tre giorni di servizio della nostra route estiva presso l’associazione «Saluzzo Migrante» della Caritas di Saluzzo che accoglie le persone migranti, in particolare lavoratori stagionali del settore agricolo. Sì i migranti, quelli che ci rubano il lavoro, quelli che spacciano, quelli che devono essere rimpatriati. Noi invece abbiamo incontrato il migrante che ti viene a parlare, quello che si relaziona con voi, quello che ti racconta il suo lavoro e la fatica che prova, quello che lascia la famiglia per lavorare in condizioni disumane, quello che ti chiama fratello e ti da la mano ed è lo stesso che dorme per terra, per strada. Ci fa schifo il razzismo, ci fanno schifo i pregiudizi. Prima di giudicare bisognerebbe guardare, sporcarsi le mani, aiutare, servire e interrogarsi. Abbiamo sempre pensato che prima di giudicare e criticare qualcuno o qualcosa, bisognerebbe trovarsi in quella determinata situazione. I migranti che abbiamo incontrato, quei neri che si dice che si divertano a venire in Italia per rubare il nostro lavoro, fanno proprio il lavoro che nessun italiano vorrebbe fare: raccogliere la frutta che noi tutti compriamo al mercato. I pregiudizi su queste persone sono vari e, spesso, infondati. Ma avete mai provato a parlare con un migrante? Avete mai provato a tralasciare il colore della sua pelle e parlarci come se fosse una persona?

Sapete che molti di loro vengono in Italia per cercare lavoro, esattamente come noi italiani ci trasferiamo all’estero perché non troviamo lavoro nel nostro Paese? L’unica differenza è che l’italiano viene accettato, l’africano no. Allora, a malincuore, ci sorge spontaneo pensare che nel 21° secolo esista ancora questa forma di razzismo, perché è di questo che si parla.

L’altro motivo per cui vengono in Italia è perché nei loro paesi c’è la guerra: chi di noi non scapperebbe per salvarsi la vita?

Parlare, giudicare, criticare queste persone è facile. È facile farsi un’idea sulla base del «sentito dire», ma è più difficile aprire un giornale, leggere pareri diversi, ascoltare le interviste, ma soprattutto andare sul posto e parlare con questa gente, instaurare una relazione di fiducia, di amicizia e di fratellanza. Chi non lo fa forse non riuscirà mai a capire il valore di queste persone, forse non riuscirà mai a mettersi nei panni di chi vive in una tenda in condizioni igieniche pietose, con pochi soldi e poco cibo. Fatelo, vi segnerà nel profondo del cuore e vi farà vedere il mondo da un’angolazione diversa: quella della solidarietà e dell’accoglienza.

Oltre alla foto nera, le mandiamo una foto con nostri sorrisi: rappresentano ciò in cui noi crediamo e ciò per cui continueremo a lottare: un mondo che costruisce ponti, non li abbatte.

Elisabetta e Francesco, con il Clan Agesci Torino XXV

 

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