Vaticano e Cina verso l’accordo, svolta storica

Analisi – L’intesa, se raggiunta, segnerebbe una svolta nella storia della Chiesa, il punto in un incontro alla Facoltà Teologica di Torino. Negli ultimi anni si è sviluppato un clima di fiducia: Pechino ha aperto a un dialogo costruttivo registrando nuovi progressi

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Una svolta davvero storica sembra profilarsi imminente all’orizzonte: l’intesa tra il Vaticano e la Cina. Se mai si compirà. Precisamente venerdì scorso un portavoce ufficiale cinese ha parlato in termini di «dialogo costruttivo» per «migliorare i rapporti». Non solo: si registrerebbero «sempre nuovi progressi», sulla base della «sincerità» e di «sforzi instancabili».

Decodificando l’ammanto del linguaggio diplomatico, il «Wall Street Journal», che già di suo avrebbe ricevuto anticipazioni in merito, ne colse subito la portata straordinaria a livello religioso e geopolitico. Con tutte le conseguenze del caso e anche le apprensioni di non poco conto, specialmente per un giornale che ne registra i possibili riflessi sugli Stati Uniti.

Che cosa è in gioco? Prima ancora di rispondere a questo importante interrogativo c’è una domanda preliminare: quale intesa è mai possibile tra un regime dichiaratamente irreligioso o antireligioso e una comunità di credenti?

Questi interrogativi da due secoli hanno rappresentato non solo una questione centrale per la coscienza dei cristiani e dei credenti in generale, ma anche una pesantissima esperienza di vita e di morte. Da quando cioè all’orizzonte della storia si sono affermati – a partire dall’Occidente –  regimi programmaticamente contrari ad ogni visione religiosa e hanno instaurato una sistematica, intenzionale militanza contro la fede di qualunque appartenenza fosse, dando per ovvio che nella società futura non ci sarebbe stato posto né per Dio né per credenti.

Se si volesse poi ampliare lo sguardo, interrogativi di analoga rilevanza sorsero e tuttora restano aperti sulle vicende della fede a fronte dei sistemi politici anche nel contesto di quella che fu in occidente la lunga stagione di «cristianità», quando stati interi si dichiaravano «cristiani» o «cattolici».

Ma lungo duemila anni di Cristianesimo e di una possibile via di dialogo con ciò che rappresenta la Cina comunista (e l’Asia), lo sguardo dovrebbe spingersi ancora più lontano e in profondità, direttamente alle origini del Cristianesimo quando, dopo tre secoli di cittadinanza negata, i cristiani videro dischiudersi l’orizzonte sconfinato dell’impero romano e in più la ‘mano tesa’ della sua guida politica, Costantino, non solo per concedere tolleranza, ma per attendersi collaborazione, sostegno in un’epoca di grave crisi di valori e di comunità.

La parola per questo oggi in Cina sarebbe il bisogno e la ricerca di  «armonia».

Anche in quella fase decisiva delle origini cristiane le coscienze quasi si divisero, tra chi era felice e persino entusiasta di sentirsi infine riconosciuto nella cittadinanza comune e chi ne temeva le conseguenze in un abbraccio che si intravedeva così forte della politica. Lo testimonia la tensione che percorre tutta la grande opera di Agostino, la «Città di Dio», dove si ripensa la presenza cristiana nella storia in termini di una «duplice cittadinanza», di Dio e dell’Uomo, in stretta correlazione e mai da confondersi.

Certo, l’impero romano non era ateo di principio e i suoi leaders avrebbero benevolmente accolto il Cristianesimo se Gesù Cristo fosse stato semplicemente un dio in più tra i molti già accreditati e fosse stato piegato a riconoscere ‘provvidenziale’ non solo la concessione della libertà tanto attesa, ma i destini di Roma come tale.

Ormai da tempo, il cattolicesimo non si identifica più con alcun potere costituito, pur continuando ad essere una componente spirituale di straordinaria presenza identitaria a livello territoriale e sovranazionale. La Chiesa è sempre meno identificabile con una cultura specifica, come talora fu, con l’Occidente.

Una condizione che genera al suo interno comprensibili sofferenze e tensioni. Ma è precisamente questo profilo del Cristianesimo che pare oggi rappresentare per la Cina da un lato un motivo di apertura senza recriminazioni storiche nei confronti del Cattolicesimo e dall’altro quasi una specifica ragione di interesse mentre, appunto, la Cina esce da sé, si affaccia sul pianeta terra in crescente necessità di visione universale di civiltà e non solo di illimitata espansione economico-tecnologica (si teme, anche militare).

Questo in definitiva lo sfondo dell’incontro organizzato in sinergia dalla Facoltà Teologica e dal Sermig su «Cina e Vaticano: accordo possibile?».  Un pubblico attentissimo e vivace negli interventi, certo anche per la notevole capacità del relatore di mettere a fuoco gli argomenti e soprattutto di evidenziare aspetti della Cina che di fatto costituiscono ancora oggi una sorta di ‘storia nascosta’ da secoli di distanza e da decenni recenti con sviluppi impetuosi e un tempo imprevisti.

Francesco Sisci, docente universitario a Pechino e da molti anni profondamente inserito nelle vicende culturali e politiche della Cina, ha trasmesso la ferma convinzione che l’accordo tra Cina e Vaticano rappresenta per entrambi i partners da un lato una straordinaria opportunità storica ma nello stesso tempo anche l’apertura di imprevedibili e non necessariamente auspicabili conseguenze.

Egli ha insistito in particolare sulla eccezionale rilevanza della posizione non allineata a sistemi culturali e politici dell’attuale pontificato, bensì fortemente caratterizzata sul piano etico e spirituale a fronte di una presa di coscienza del Partito comunista di esserne carente in proprio verso la società cinese. Il partito non può più tentare di cancellare la forza dello spirito e neppure è in grado di crearla. Cresce pure l’avvertenza che senza religione molti semplicemente non vivono.

Proprio la condizione di «superpotenza soffice» del cattolicesimo pare costituisca agli occhi del partito non più una minaccia e ancor meno un «prodotto straniero dell’Occidente», bensì un apporto creativo di «buoni cinesi e buoni cattolici», secondo quanto già chiaramente prospettava la «Lettera ai cattolici cinesi», di Benedetto XVI, la quale tuttavia non ottenne libera circolazione.

Si è aperto un clima nuovo di fiducia. Ma qui è il punto e il dibattito con il relatore lo ha evidenziato sotto varie voci. Del resto si tratta di questioni che subito sono venute alla ribalta non appena alcuni anni fa si seppe che «discorsi riservati» erano in corso. Cioè: il regime merita questa fiducia?

Con il suo rovescio speculare all’interno del partito (per quel che se ne può intuire): i cattolici sono affidabili o sono solo una maschera dell’Occidente che non potendo più invadere la Cina come nell’Ottocento ora tenta le vie dello spirito?

Come dire: non è solo il cattolicesimo che si mette in gioco ed eventualmente corre rischi.

La risposta di Roma e del Papa ribadisce la fiducia. Nel ricordo doloroso che la prima grande occasione di rapporto fra Cristianesimo e Cina, quella straordinaria del Seicento, fallì, certo, per ragioni serie di divergenze, ma per altrettanto serie incomprensioni. Nel ricordo pure doloroso di una presenza in Cina dall’Ottocento in poi sotto l’egida ambigua anche delle superpotenze straniere di allora.

Oggi, certamente, senza altro potere che la fede di fronte ad un potere a cui la fede potrebbe semplicemente e solo servire.

Correttamente, dunque, da parte di Roma si ricorda che non di trattato si tratterà e neppure di intesa in senso pieno, ma della pura e semplice apertura  di un canale di comunicazione che solo dalla pratica, tutta da verificare, potrà ottenere conferme della lealtà o meno dei propositi.

Sempre che questa svolta davvero storica si compia.

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