Vaticano e Russia, la terza volta di Putin

Analisi/1 – La portata dell’incontro fra Francesco e il presidente russo Vladimir Putin, i difficili rapporti con l’Europa e l’irrisolta questione ucraina, alla vigilia del vertice in programma il 5 e il 6 luglio con la Chiesa greco-cattolica. Analisi/2

376
Il terzo incontro tra Papa Francesco e Putin (foto Sir)

Che cosa riusciranno a decidere in comune accordo Papa Francesco e Putin nel loro incontro (il terzo), giovedì 4 luglio (al momento di andare in stampa) non è dato sapere. Sappiamo invece con assoluta chiarezza che cosa stia loro a cuore, intorno a cui decisamente o in parte concordano o dissentono. Data la personalità di entrambi è assai improbabile che si tratti di un incontro di soli convenevoli. Primo segnale sarà la durata del colloquio. Papa Francesco non si fa eccessivi problemi a non rispettare i tempi, quando occorre. E per entrambi sono in sospeso questioni gravi.

Si tratta in ogni caso di un confronto che non vede da una parte una guida spirituale e dall’altra un leader politico. Sia Papa Francesco sia Putin non stanno chiusi entro queste categorie. Sono infatti portatori di due visioni tendenzialmente «sovrane» di umanità, con serie implicazioni sia religiose sia civili nel crogiuolo globale del nostro tempo. Due visioni con profondo ed esplicito radicamento nella fede cristiana, dentro una precisa appartenenza ecclesiale, rispettivamente cattolica e ortodossa, ma con letture assai diverse della storia e della realtà attuale.

Putin, più cautamente all’inizio del suo ormai ventennale potere e poi in modo sempre più esplicito in corso d’opera, si è dato un compito quasi messianico a fronte dell’Occidente, che – nella sua lettura – appare come terra di progressiva decadenza fin dall’inizio della modernità, nell’Illuminismo. È in quell’epoca che sarebbero spuntati i semi di una vera e propria degenerazione della civiltà occidentale, oggi giunta al suo punto estremo come sarebbe evidente nella crisi morale che la attraversa. Quali semi? La destrutturazione di ogni riferimento a valori stabili, lo smarrimento e la negazione di ogni certezza a partire dall’istituzione fondamentale della famiglia per giungere poi a negare persino la radice cristiana della sua storia millenaria e alla fine anche l’identità sessuale della persona. In breve è dal Settecento che in Europa si sarebbe avviata una destrutturazione sistematica di ogni saldo riferimento per la convivenza civile e per i doveri che ne conseguono.

È quello che Putin definisce il trionfo del liberalismo, il quale tuttavia proprio nella fase in cui oggi si fa egemone manifesterebbe al massimo grado la sua natura negativa e autodistruttiva, mentre per contrasto starebbe sorgendo una nuova coscienza dei popoli, avversa al liberismo. Questa coscienza è da sempre la voce della maggioranza, ma finora sommersa dalle false democrazie maggioritarie, manovrate dal liberalismo imperante. In particolare alla Russia, fortemente radicata nel patrimonio religioso tradizionale della Chiesa Ortodossa, spetterebbe il compito storico di smascherare la «menzogna epocale» della modernità occidentale.

Sotto molti punti di vista queste posizioni richiamano alcuni filoni del fondamentalismo cristiano d’America. Non a caso Putin ha ricevuto aperti consensi da loro rinomati leader, quali Buchanan e Graham. Se non fosse per le implicanze della politica russa, alcuni aspetti critici di fondo della modernità in  Putin troverebbero varie consonanze con analoghe letture di cattolici, e anche del magistero dei Papi del XX secolo, compreso l’attuale.

Molto più forte è però il richiamo di Putin alla «quarta teoria politica» di Aleksandr Dugin, uno degli ideologhi dell’«idea di eternità». Si intende con ciò il richiamo a riferimenti immutabili, mentre la modernità occidentale sarebbe caduta preda della «ideologia del superamento» secondo cui il passato, la tradizione sarebbero destinate a dissolversi in un indefinito progresso. Per Dugin, invece, i valori contenuti nella tradizione non sono «passato», ma riferimento immutabile ed «eterno», al di là di qualsiasi fluire storico. Come contrastare la pericolosa deviazione della modernità occidentale? Semplicemente ricorrendo alla «pre-modernità», dove si ricostituiscono ordine e unità. In sintesi: sconfitti fascismo e nazismo, restava la contrapposizione di comunismo e liberalismo. Vinse il liberalismo, ormai «pensiero unico» della modernità occidentale. Alla Russia il compito storico di distruggere questo ultimo grande nemico attraverso la formazione di una nuova nazione, delineata nella «Piattaforma ideologica del Movimento Euroasiatico» (fondato e ispirato da Dugin nel 2002).

Alla vigilia dell’incontro con Papa Francesco, sul «Financial Times», Putin ha ribadito questa idea della «fine del liberalismo» e del sorgere di una nuova nazione alternativa e premoderna. La modernità con il suo «tutto è permesso», con il suo multiculturalismo confusionario, con la sua resa liquida della sessualità e della famiglia apparirebbe sempre più lontana dalla realtà dei popoli, la vera maggioranza benché sommersa. I popoli però già hanno cominciato a ribellarsi a questo pensiero unico dell’Europa e dell’Occidente. Sintomi e parzialmente guide di questa alternativa epocale sarebbero Trump, Orban, Salvini e la Brexit: la «rivolta della maggioranza», che da silenziosa ora si farebbe eloquente.

Naturalmente Putin affida a se stesso una funzione egemone in questo processo. Ciò è risultato particolarmente evidente al momento degli auguri e della benedizione di Kirill, patriarca di Mosca, per il suo nuovo mandato presidenziale (maggio 2018): un duplice, solenne discorso del Patriarca in risposta a quello programmatico di Putin. Da Presidente egli dichiarava di fronte all’autorità religiosa di assumersi nuovi compiti in tutte le sfere vitali. Seguirono le congratulazioni di Kirill per il «nostro nuovo leader» e non solo capo di Stato, dedito alla patria e alle sue tradizioni materiali e spirituali. Kirill riconosceva alle parole di Putin di esprimere il profondo dell’anima del popolo russo. Affermava poi che di fronte alle sfide attuali non si può essere deboli, occorre la «forza dello spirito dell’uomo russo e della sua fede nei principi di cui lei [Putin] ha parlato oggi che sono fondamento sicuro di riuscita: e questa è la ragione principale per la quale la Russia è invincibile». Il Patriarca e il Santo Sinodo regalavano poi a Putin un’icona di Cristo Salvatore per la sua devozione e preghiera personale.

La «sovranità» di Putin è questa, sia politica sia religiosa. Non è solo portatore di una «visione culturale di valori eterni», ma è anche investito di una missione cristiana per tali valori. Lo stesso patriarca Kirill lo ha ribadito in un’altra recente e importante circostanza, l’inaugurazione dell’imponente nuova chiesa dello Sretenskij Monastyr’, dedicata ai nuovi martiri e confessori della Chiesa ortodossa. Uno splendido monumento adiacente alla terribile sede (un tempo) della Lubyanka di sovietica tristissima memoria. In quella occasione e nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, ma anche della ricostituzione del Patriarcato di Mosca (1917), Kirill riaffermò con forza il tradizionale principio della «sinfonia», secondo cui «Paese e Stato non si possono immaginare senza Chiesa ortodossa». L’anno successivo (2018) nel 1030.mo anniversario del battesimo dell’antica Rus’ di Kiev ritroviamo lo stesso concetto: fin da principio la nazione degli slavi pose a fondamento dello Stato la fede cristiana, che per sempre gli conferì la capacità di distinguere bene da male e lo rese capace di eccellenza in ogni campo. Questa eredità non è soggetta alla caducità della storia: è senza tempo. Compito dello Stato e della Chiesa è di preservare questa tradizione.

Ma è proprio a questo punto che irrompe la storia.

Intanto molte reazioni di generale contrasto alla lettura putiniana dell’Occidente. Si è fatto notare che è quantomeno «riduzionista» in quanto non considera la enorme portata di valori insita in quella «civiltà dei diritti» che di solito riassume l’Europa occidentale sotto il profilo sociale, civile e anche spirituale. Quanto poi ai segni di decadenza è ormai da quasi due secoli che vari pensatori credono di intravederli e li profetizzano immediati, ma non c’è verso. Di fatto questa parte del mondo continua ad essere tra le più attraenti utopie del pianeta terra. Esistono i problemi di cui Putin rimarca la gravità. Ma una delle manifestazioni più convincenti delle società liberali consiste nell’affrontarli senza ricorrere a poteri arbitrari o a soluzioni autoritarie e finali. Resta che i valori in condizioni di libertà sono a rischio. Non è poco, ma è nella loro natura.

Dove ancor più decisamente irrompe la storia è appunto l’appello alle radici popolari e tradizionali dei valori. Qui il discorso con Papa Francesco si fa molto delicato e intrigante.

Putin accusa da sempre il Governo dell’Ucraina di indebita interferenza nelle questioni religiose tanto più da quando il precedente Presidente ucraino Porošenko si rivolse direttamente al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I perorando la causa della «autocefalia» della Chiesa ortodossa ucraina (2018), cioè della richiesta di autonomia dal Patriarcato di Mosca. Il responsabile delle relazioni esterne del patriarcato di Mosca Hilarion, pari pari definì questo passo «un complotto americano». Bartolomeo I, unica autorità competente a concedere tale autonomia, non solo accettò la richiesta, ma in un recente sinodo (gennaio 2019) ne concesse il tomos (decreto ecclesiastico) da esporre nella cattedrale di Santa Sofia di Kiev con l’accettazione della nomina a primate di Epifany, neoeletto da un concilio ucraino che Mosca non accetta e definisce «conciliabolo». Già esisteva infatti un Patriarca autonomo ucraino nella persona di Filarete, ma solo autoeletto e anche lui scomunicato da Mosca. Filarete intanto si era dimesso, mentre i suoi fedeli si sono nel frattempo riconciliati con un’altra comunità ortodossa autonoma, sotto la «benedizione» di Bartolomeo I. Per la piena validazione dell’autonomia manca però il consenso degli altri patriarcati che, appunto, il Patriarca ecumenico sta sollecitando. Al momento alcuni si sono espressi per il sì, altri per il no e altri ancora tacciono. Tra questi ultimi il patriarca rumeno, da poco incontrato da Papa Francesco.

Inutile dire che Putin sostiene a sua volta la posizione della Chiesa moscovita, con le conseguenze facilmente immaginabili se si pensa che tra Russia e Ucraina è in corso un conflitto armato, dopo l’annessione della Crimea e la costituzione di una zona nell’Ucraina orientale a protettorato russo di fatto. Con le comunità ortodosse che a loro volta si sono dichiarate fedeli a Mosca e non alla nuova autocefalia.

I cattolici, poi, dell’Ucraina occidentale, intorno alla città mitteleuropea di Leopoli, sono decisamente favorevoli ad un avvicinamento dell’Ucraina all’Europa che non vedono affatto in termini di collasso valoriale, bensì e da molti decenni come spiraglio alternativo e positivo di civiltà, sin dal crollo dell’Urss. Ma si potrebbe risalire molto più indietro nel tempo, quando l’Ucraina accolse nientemeno che le truppe della Wehrmacht in processione con vessilli religiosi, come si trattasse di una liberazione, da Stalin s’intende. La Russia qui è vista come potenza autoritaria invadente e incombente. Si aggiunge poi la questione più generale della presenza in questa parte dell’Ucraina della particolare forma di cattolicesimo di rito greco-cattolico, cioè unito a Roma dal punto di vista ecclesiale, ma fedele al rito orientale nella liturgia e nella disciplina del celibato. Un tempo erano definiti (con spregio) «uniati», perché avevano «perpetrato» la «unija» (unione) con Roma, detestata dagli ortodossi del Patriarcato moscovita.

Non tutto si riduce a liberismo, dunque. E davvero non sarà semplice mettere a confronto due visioni così sovrane e così diverse.

Potrebbe anche non mancare qualche sorpresa, come quasi sempre avviene quando Papa Francesco affronta situazioni che, in partenza, sembrerebbero inestricabili.

Una di queste è connessa ad un interrogativo da tempo sospeso nei rapporti Vaticano-Russia. Non è il più importante, ma potrebbe diventare il più sensazionale: un invito ufficiale del Papa in Russia. Per Giovanni Paolo II, che pure ci teneva moltissimo, fu ed era impensabile, visto il suo ruolo nel crollo dell’Unione Sovietica: merito straordinario per alcuni, colpa imperdonabile per altri. Essendo per giunta polacco, evocava tensioni secolari sia politiche sia religiose con la tradizione ortodossa russa. Oggi, in particolare con un Papa che viene da oltre Oceano, tutto potrebbe suonare assai diverso.

Andare a Mosca e sconfessare le speranze di Kiev e di Bartolomeo? O il contrario? Davvero non tutto si riduce al liberismo né per la Russia né per l’Occidente.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

19 + 12 =