Yemen, la strage di bambini e il mercato delle armi

Analisi – Dopo quattro anni di guerra e 100 mila morti, partono in Svezia i colloqui di pace tra le forze governative e ribelli sciiti. L’allarme di Save the children: 1,3 milioni di bambini a rischio fame

110

Spiragli di dialogo nello Yemen martoriato da quasi quattro anni di guerra civile che vede opposte la leadership sunnita dell’ex presidente Mansour Hadi, sostenuta da Riad, e i ribelli sciiti vicini all’Iran.

La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha autorizzato l’evacuazione con un aereo delle Nazioni Unite di una cinquantina di ribelli sciiti dalla capitale yemenita Sana con destinazione l’Oman affinché vengano curati.

La richiesta era stata avanzata dall’inviato speciale Onu per lo Yemen, Martin Griffiths, come gesto di apertura da parte della coalizione per far partire i nuovi colloqui di pace in Svezia dopo il fallimento dei negoziati di Ginevra.

A settembre, infatti, la delegazione degli insorti aveva disertato le trattative nella città elvetica sostenendo che l’Onu non poteva garantire ai suoi membri un ritorno sicuro in Yemen. Ora l’obiettivo è di far sedere attorno a un tavolo sia i ribelli che i membri del governo riconosciuto dall’Onu entro dicembre.

Ma mentre la diplomazia si rimette in movimento il dramma yemenita continua a mietere vittime. Sono soprattutto i bambini a pagare il prezzo più alto del conflitto, bambini che muoiono a migliaia per la guerra, la mancanza di cibo, di farmaci, di acqua potabile e per il dilagare di malattie.

Le cifre sono impressionanti: secondo Save the Children già 80 mila bambini al di sotto dei cinque anni sono deceduti dall’inizio del conflitto.

Perché si continua a morire nello Yemen? Da una parte è una guerra per il potere in un’area strategicamente rilevante e dall’altra è un conflitto religioso provocato dall’odio arcaico tra sunniti e sciiti sullo sfondo della lotta per la supremazia islamica nell’area del Golfo Persico tra sauditi e iraniani.

Lo Yemen si trova in una posizione strategica, controlla lo stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Corno d’Africa, uno specchio d’acqua dove transita molto petrolio. Sauditi e iraniani si confrontano nello Yemen per  mantenere l’influenza nella regione del Golfo.

Il conflitto ha anche dei risvolti economici: la lotta degli Houti minaccia da vicino lo Stretto di Bab-el-Mandeb fra Gibuti e lo Yemen, all’entrata del Mar Rosso. Attraverso di esso passano ogni giorno circa 3-4  milioni di barili di greggio e l’eventuale chiusura dello Stretto potrebbe compromettere il commercio petrolifero della Penisola arabica.

Dai porti yemeniti si controlla infatti il passaggio di gran parte del petrolio esportato dal Regno saudita. Ecco perché è così importante controllare questa via d’acqua.

Tutto inizia nel marzo 2015 con l’operazione militare «Tempesta di fermezza» per contrastare l’offensiva dei ribelli sciiti yemeniti armati dall’Iran contro il governo filosaudita e frenare l’influenza iraniana in Medio Oriente oltre a garantire il passaggio delle petroliere nel Mar Rosso. L’intervento, voluto fortemente da Mohammad bin Salman quando era ministro della Difesa, si internazionalizza con la discesa in campo di Riad nella guerra civile contro le milizie sciite Houthi.

I sauditi si pongono alla guida di una coalizione multinazionale insieme agli Emirati Arabi Uniti. Stati Uniti e Francia forniscono sostegno logistico e vendono armi al regno. Gli americani intervengono anche con raid aerei e forze speciali sul terreno per colpire soprattutto i miliziani di Al Qaeda e dell’Isis. Riad vuole a tutti i costi impedire ai ribelli di estendere il proprio controllo dalle montagne del nord a tutto il Paese.

Da settimane si combatte aspramente attorno al porto di Hudayda in mano agli Houthi e assediato dalle forze governative appoggiate da sauditi ed emiratini. Per l’Arabia Saudita la riconquista del porto strategico sul Mar Rosso consentirebbe di bloccare i rifornimenti esterni agli Houthi sostenuti dall’Iran e dal Qatar. Nello scalo marittimo arriva la maggior parte degli aiuti umanitari per gli yemeniti.

I sauditi non possono permettere ai rivoltosi, per di più sciiti e filo-iraniani, di occupare lo Yemen, considerato da Riad come il proprio cortile di casa e diventato un campo di battaglia dal quale gli insorti lanciano missili in territorio saudita avvicinandosi anche alla capitale.

L’intervento militare saudita in Yemen è stato un fallimento e gli attacchi degli Houthi non sono stati per nulla neutralizzati. Anzi, lo Yemen è diventato un pantano in cui si combattono sauditi e milizie sciite filo-iraniane, mentre Al Qaeda e l’Isis hanno guadagnato terreno approfittando della guerra che ha causato, secondo l’Onu, la peggiore crisi umanitaria al mondo.

Il numero delle vittime è incerto e sarebbe molto più alto delle stime ufficiali che contano oltre 12 mila morti in battaglia. Altri organismi presenti sul territorio sostengono invece che il conflitto tra le forze governative sostenute dai sauditi e i ribelli filo-iraniani avrebbe provocato da marzo 2015 a oggi oltre 50 mila vittime solo tra i combattenti e decine di migliaia di feriti. Il conflitto ha inoltre lasciato 20 milioni di persone senza aiuti umanitari.

Nuovi armamenti e nuovi missili sono stati venduti ai sauditi alla fine di novembre da Trump, che ha investito altri 15 miliardi di dollari nel riarmo della monarchia del Golfo, sua stretta alleata. Per sorvegliare le aree a sud del regno, raggiungibili dai missili degli sciiti yemeniti forniti loro da Teheran, arriverà un nuovo sistema di difesa anti-missilistica. L’amministrazione americana ha firmato un nuovo contratto per la fornitura del sistema difensivo Thaad, richiesto da Riad per rafforzare la sicurezza dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo davanti alle minacce crescenti del regime iraniano. L’annuncio è giunto contemporaneamente al voto del Senato statunitense che intende togliere il sostegno americano alla coalizione araba a guida saudita, forse per punire la Casa reale per l’assassinio di Jamal Khashoggi e lo stesso principe ereditario Mohammad bin Salman, ritenuto il mandante dell’omicidio del giornalista saudita. Khashoggi sarebbe stato eliminato proprio perché voleva denunciare i vertici sauditi per l’impiego di bombe chimiche nella sanguinosa guerra civile yemenita progettata dallo stesso Bin Salman.

Si tratta di una nuova fornitura di armamenti dopo quella, assai imponente, di maggio 2017, quando il presidente americano Donald Trump e re Salman siglarono un accordo in base al quale Riad comprerà armi e sistemi di difesa dagli Usa per 110 miliardi di dollari con l’obiettivo di arrivare alla cifra record di 350 miliardi di dollari in dieci anni.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

20 − sette =