Yemen, su Aden si rompe il fronte arabo

Analisi – L’accordo di Riad per la pace nel sud del Paese sancisce le’egemonia dei sauditi e la rottura dell’alleanza con gli Emirati Arabi. Il conflitto ha causato 100 mila vittime, di cui 20 mila solo nel 2019. Il dramma di 2.500 bambini soldato

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Foto Sir

La guerra dimenticata dello Yemen fa registrare alla fine del 2019 un altro tragico bilancio. Le Nazioni Unite parlano della peggiore crisi umanitaria al mondo e la situazione continua a peggiorare.

Le cifre sono allarmanti: almeno 24 milioni di yemeniti, pari all’80 per cento della popolazione, secondo fonti Onu, hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre 16 milioni di persone sfiorano la soglia di povertà. Molti bambini, circa 2.500, vengono armati e costretti a combattere, spesso senza un vero addestramento e il 50 per cento delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.

Il conflitto regionale in Yemen ha causato in oltre quattro anni 100 mila vittime tra civili e combattenti, di cui 20 mila solo quest’anno. Lo denunciano le organizzazione umanitarie internazionali che da decenni lavorano nel disastrato Paese arabo. Numerosi sono i civili morti per i raid aerei sauditi, con bombe fabbricate in gran parte in Occidente, in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Iran e anche in Italia.

La guerra, che coinvolge potenze regionali e internazionali e milizie locali, è quella combattuta dal marzo 2015 da una Coalizione araba guidata dai sauditi contro i ribelli sciiti zayditi Houthi del Nord, pesantemente armati dall’Iran, che nel 2014 conquistarono la capitale Sana’a trasformando il conflitto in una ‘guerra per procura’ tra Arabia Saudita e Iran.

Secondo gli osservatori, il conflitto in Yemen costerà alla comunità internazionale in aiuti umanitari quasi 30 miliardi di dollari se dovesse proseguire ancora per lungo tempo.

Anni di guerra che hanno destabilizzato sempre di più lo Stato arabo rafforzando i separatisti Houthi del Nord con il sostegno determinante dell’Iran, che ha aumentato la propria influenza nella regione. Al Qaeda, l’Isis e altri gruppi armati hanno approfittato del caos per radicarsi maggiormente sul terreno reclutando combattenti nelle aree più depresse del Paese.

Insieme alla Siria, lo Yemen è tra le priorità umanitarie dell’Onu per il prossimo anno. Una situazione generale a dir poco terribile, secondo Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. «Il problema maggiore è che gli aiuti non sempre finiscono direttamente alla gente bisognosa e nei campi profughi manca di tutto».

Se nel martoriato Yemen manca qualsiasi cosa, le casse dell’Onu non stanno molto meglio. Tra fallimenti diplomatici e scarsità di risorse l’Onu dimostra tutta la sua debolezza. Le parole del Segretario generale dell’Onu  Antonio Guterres secondo cui le operazioni di mantenimento della pace nel mondo sono a rischio per la mancanza di fondi adeguati rende più incerto il futuro dei Paesi in guerra.

La crisi di cassa che colpisce le Nazioni Unite è un serio problema anche per lo Yemen affamato di alimenti, denaro e farmaci. «Le speranze di pace si allontanano», osserva Paul Hinder, «ed è necessario che le parti coinvolte si mettano intorno a un tavolo per trovare un compromesso e se non cessa il traffico delle armi non c’è speranza che la guerra si fermi». Gli sforzi delle Nazioni Unite per trovare un compromesso hanno avuto finora poco successo e nel frattempo un nuovo attore è apparso nel ginepraio yemenita.

Si tratta del «Consiglio provvisorio dello Yemen del Sud» che lotta per l’indipendenza delle regioni meridionali. In realtà, le novità geopolitiche sul fronte yemenita non mancano come la spaccatura del fronte arabo con la rottura dell’alleanza tra gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita e l’accordo di Riad, che cambia gli equilibri politici nel sud del Paese. Abu Dhabi e Riad, alleate in chiave anti-iraniana, sono diventate rivali per il controllo della parte meridionale dello Yemen.

L’accordo del 5 novembre scorso tra il governo centrale yemenita, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dalla monarchia saudita, e il Consiglio di transizione meridionale, costituito dai gruppi secessionisti del Sud Yemen, appoggiati dagli Emirati, prevede la formazione di un governo unitario ad Aden e si pone l’obiettivo di porre fine alla lotta per il controllo del Sud del Paese.

I secessionisti meridionali entrano nel nuovo governo, mentre gli Emirati Arabi Uniti ritirano gran parte delle truppe dallo Yemen, lasciando via libera ai soldati sauditi. Per gli analisti l’intesa di Riad è certamente positiva perchè si chiude una delle tante guerre yemenite, ma è ancora presto per parlare di ‘svolta’.

L’ingresso nel governo dei secessionisti del Sud sta infatti scatenando l’opposizione degli altri gruppi separatisti e lascia comunque inalterata la situazione nel Centro-nord del Paese, ancora lontana da una vera tregua. L’accordo di Riad sancisce in sostanza l’egemonia saudita sullo Yemen. Con il ritiro delle truppe emiratine i sauditi hanno ripreso il controllo della città portuale di Aden, che era divenuta la sede provvisoria del governo yemenita dopo l’occupazione della capitale Sana’a da parte dei ribelli sciiti Houthi, rafforzando la propria presenza militare nelle regioni meridionali. L’altro fatto nuovo che potrebbe mutare il corso degli eventi nel Sud della penisola arabica riguarda il sostegno militare di Teheran agli insorti sciiti yemeniti che viene contestato sempre più apertamente dalla popolazione iraniana a tal punto da minacciare gli obiettivi strategici degli ayatollah nello stesso Yemen e negli altri Paesi mediorientali in cui la presenza militare e politica della potenza persiana è sempre più marcata.

«Fuori l’Iran dallo Yemen» è stato infatti uno degli slogan più ribaditi nelle recenti proteste popolari anti-ayatollah che hanno scosso l’Iran costringendo le forze di sicurezza a una dura repressione. Senza i massicci aiuti bellici che ricevono in abbondanza dall’Iran, gli Houthi non rappresenterebbero più una minaccia reale per l’Arabia Saudita e la loro forza militare si indebolirebbe anche in Yemen.

Gli attacchi dei ribelli sciiti rappresentano attualmente una grave minaccia per l’Arabia Saudita e per le sue strutture petrolifere. Nei quasi 5 anni del conflitto yemenita, gli Houthi, con l’aiuto dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, sono riusciti a sviluppare difese anti-aeree, un arsenale missilistico e droni sempre più sofisticati e potenti in grado di colpire il territorio saudita avvicinandosi alla capitale e minacciare l’intera area del Golfo.

Clamoroso è stato l’attacco del 14 settembre con droni e missili contro i principali impianti petroliferi sauditi, mentre in altre operazioni sono stati usati droni e missili anti-aerei per contrastare la superiorità dell’aviazione di Riad.

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