L’addio a Zeffirelli, “la fede al servizio del bello”

Lutto – La scomparsa a 96 anni dell’autore di «Fratello sole, sorella luna» e «Gesù di Nazareth», regista di cinema, teatro, lirica. Una cura meticolosa per le ambientazioni storiche, abbinata ad un senso dello spettacolo molto elegante, non di rado sontuoso

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«Il Francesco d’Assisi di Franco Zeffirelli non è il protagonista estatico dei ‘Fioretti’, come nel film di Roberto Rossellini: è un ragazzo del Duecento italiano che si mette tutti contro, genitori, amici, una classe, una città, per correr dietro a un suo sogno di povertà e di purezza, scaturito nella sua vita dalla scoperta improvvisa del vero cristianesimo».

Queste parole di Gian Luigi Rondi, riferite a «Fratello sole, sorella luna» (1972), restituiscono al film di Zeffirelli quella ‘tensione interna’ scandita dalla fede che ha animato la parte migliore della produzione del regista fiorentino, scomparso lo scorso 15 giugno a 96 anni. Condensando nella figura del santo temi come la non violenza, il ritorno alla natura e la fratellanza universale, Zeffirelli tratteggia il profilo di un «ribelle senza furore», un uomo contrassegnato da una ammaliante purezza d’animo. Una chiave narrativa (nella quale riverberano gli echi di «Jesus Christ Superstar»), alimentata da un rigoglioso sforzo scenografico, molto lontana da «Francesco giullare di Dio» (1950), in cui Rossellini appare in bilico tra contemplazione e narrazione, e dal primo «Francesco» (1966) di Liliana Cavani, l’altro film-cardine sul poverello di Assisi, che mescola tradizione e innovazione penetrando nella psicologia del personaggio portato sullo schermo.

La cura meticolosa per le ambientazioni e le ricostruzioni storiche, abbinata ad un senso ben preciso dello spettacolo, elegante, talvolta sontuoso, caratterizza, cinque anni dopo «Fratello sole, sorella luna», anche «Gesù di Nazareth», coproduzione internazionale con Robert Powell protagonista, i cui cinque episodi nel 1977 sono visti sulla Rai da una media di 26,7 milioni di telespettatori. Un successo planetario, che conferma Zeffirelli (già scenografo e allievo di Luchino Visconti, esordiente dietro la macchina da presa vent’anni prima, nel 1957, con «Camping») autore raffinato, più apprezzato all’estero (Regno Unito e Stati Uniti in primis) che entro i confini italiani. Cast stellari, i suoi, con attori di prim’ordine incaricati di cesellare con la loro presenza storie ricche di sentimenti, non di rado legate alle trame shakespeariane («La bisbetica domata», 1967, con Liz Taylor e Richard Burton; «Romeo e Giulietta», 1968, con Olivia Hussey e Leonard Whitin; «Amleto», 1990, con Mel Gibson, Glenn Close ed Helena Bonham Carter) e spesso dedicate interamente all’amore, declinato in ogni sospiro romantico e coniugato talvolta in melodramma, come ne «Il campione» (1979, con Jon Voight), «Amore senza fine» (1981, con Brooke Shields), «Jane Eyre (1996, con Charlotte Gainsbourg).

Regista non solo di cinema, ma anche d’opera e di prosa (di lirica e teatro si parla negli articoli qui a fianco), personaggio certo non accomodante, controverso e polemico, impegnato in politica (senatore per Forza Italia nel 1994), Zeffirelli non ha mai tradito, in tutta la sua carriera, quell’«estetica del bello» vitale e propulsiva, lambiccata per una certa parte della critica in virtù di uno «smalto calligrafico» persin troppo autoreferenziale, ma frutto di veementi spinte provenienti da ogni campo artistico. Zeffirelli è stato sì un manierista, ma di alto profilo, animato da un mai sopito slancio spirituale che, a suo dire, trovava le radici nell’esempio di Giorgio La Pira.

In questo senso, pur in una dimensione ‘aristocratica’ del suo operare che l’ha allontanato, almeno in Italia, dai principali riconoscimenti e da unanimi consensi critici, Zeffirelli va ricordato non solamente come un abilissimo sarto di lussuose confezioni, ma anche e soprattutto come espressione di un patrimonio culturale a largo spettro di stampo rinascimentale. Un ‘corredo’ prezioso e dal gusto antico, che forse solo Luca Guadagnino, oggi, sembra in grado di riproporre nel suo cinema. Anch’egli, come Zeffirelli, con riscontri entusiasti oltreoceano e, molti meno, in patria.

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