Centrafrica, quei bambini soldato salvati da suor Elvira

Intervista – Parla la missionaria premiata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’impegno nella difesa dei giovani: “servono formazione e progetti di sviluppo, invece molti ragazzi rientrati nel ‘programma di disarmo’ hanno ricevuto solo piccoli gruppi elettrogeno; non bisogna ingannare i giovani, la pace riparte da loro”

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Il 5 gennaio la Comunità Foyer delle Suore missionarie Comboniane, a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, è stata attaccata e derubata da una gang di circa 8-9 persone che hanno aggredito, immobilizzato e minacciato le religiose per circa tre ore. L’ennesimo episodio di violenza nel Paese in cui nel 2018 sono stati uccisi cinque sacerdoti: gli ultimi due nello scorso dicembre, durante l’assalto all’Episcopio di Alindao, massacrati, con altre 60 persone, da un gruppo di ribelli. Abbiamo contattato suor Elvira Tutolo, 69 anni di Termoli, missionaria delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret (congregazione presente anche nella diocesi di Torino), a Berberati, nel sud-ovest del Paese, che il 29 dicembre ha ricevuto dal Presidente Sergio Mattarella il titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per il suo impegno in ambito internazionale nella difesa e recupero dei bambini e ragazzi di strada».

Suor Elvira, perché questo crescendo di violenza in un Paese che, dopo gli anni della guerra civile scoppiata a fine 2012, dal 2015 sembrava godere di maggiore stabilità?

Purtroppo penso che tutto ciò sia inevitabile. Uccisioni e aggressioni continuano e aumentano il clima di sofferenza. È inevitabile perché è sofferenza che si aggiunge a sofferenza, ingiustizia che si aggiunge ad ingiustizia, delusione che si aggiunge a delusione, speranze che vengono continuamente deluse. I giovani guardano al futuro e non intravvedono nulla… Faccio un esempio concreto: in base al programma di disarmo e reinserimento «Ddr» (accordo siglato nel 2015 che prevedeva che in cambio della consegna delle armi i ribelli dei diversi gruppi potessero beneficiare di progetti di sviluppo comunitario, ndr), molti giovani che si erano integrati nelle bande armate abbandonandole si aspettavano di ricevere qualcosa che li aiutasse. Ecco, noi siamo testimoni del fatto che sono stati presi in giro: immaginatevi  che il contraccambio alla deposizione delle armi sia la consegna di un piccolo gruppo elettrogeno a 5 o 6 persone…  per fare che cosa? Molti, non avendo neppure da mangiare, si sono venduti il generatore per una cifra irrisoria, si sono spartiti il denaro e quando i soldi sono finiti sono piombati nella disperazione. Io sono in questo Paese da quasi 18 anni ormai e mi occupo dei giovani e dei ragazzi ed è  davvero rischioso illuderli, ingannarli. Noi offriamo formazione, poi affidiamo loro della terra, che qui è fertile: si getta un seme e subito cresce qualcosa che poi magari riescono a vendere. Si tratta di accompagnarli con progettualità…  La violenza cresce perché purtroppo quando si intravvede una luce succede di nuovo un massacro.

Sembra quasi che non si voglia la pace…

Due giorni fa c’è stato un vertice all’Onu e all’ordine del giorno c’era anche la questione relativa all’embargo sulle armi per il Centrafrica (imposto nel 2013 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ndr), io non so il risultato di questo incontro, ma si diceva «adesso stiamo a vedere quali paesi diranno che si vuole mantenere l’embargo e così capiamo chi non vuole che questo Paese si sviluppi». Perché bisogna pensare alla contraddizione che stiamo vivendo: ci sono gruppi armati che tengono in mano 14 prefetture su 16 del Paese e ricevono armi, mentre l’esercito del Paese, l’esercito Centroafricano no, perché c’è l’embargo. Così non si può ragionare.

Ma c’è qualche segno di speranza?

Noi ci occupiamo dei bambini rilasciati dalle bande armate, sono bambini feriti e molti hanno ucciso. Queste violenze sono rimaste in loro. Ricordo le prime notti che li abbiamo accolti: saltavano dal letto perché avevano paura, poi hanno recuperato il sorriso. Facciamo con loro terapia di gruppo, ci mettiamo in ascolto perché tirino furi da sé quello che hanno vissuto. Prima di Natale riflettevamo insieme sul passo del profeta Isaia che dice «cambieranno le loro lance in vomeri», ecco è quello che cerchiamo di fare, di far compiere loro questo passo consapevoli che si tratta di persone che hanno vissuto traumi che restano per tutta la vita. Proviamo ad  aiutarli e il segno di speranza è il nome che abbiamo dato al nostro centro «Aiutami a diventare uomo». In questo grido dei giovani che accogliamo e che vogliono tornare a vivere e a ritrovare un senso, c’è il segno di una speranza possibile.

Ed è proprio per l’impegno con i giovani che è stata premiata dal Presidente Mattarella…

Ero in ospedale quel giorno in cui è arrivata la notizia dall’Italia. Una notizia che dà gioia a me, ma anche alle altre suore che sono qui dal 1960: è qualcosa che viene riconosciuto a tutte. Io sono qui con una consorella centrafricana, il riconoscimento è per tutte noi ed è un incoraggiamento perché è facile in certi momenti cedere alla tentazione di tirare i remi in barca, ma non certo di andare via. Io sono italiana ma sono anche centrafricana. Noi, come gli altri missionari, viviamo qui  e qui si gode del bello ma si rimane anche  quando è difficile. Non è che non ci sia la paura. Quando sono stata aggredita sulla strada più volte certo ho avuto paura,  ma non ho pensato mai di partire: questa è la nostra famiglia.

E come si guarda al nuovo anno dopo l’ennesimo episodio di violenza?

Io credo che bisogni anzitutto ascoltare l’invito del Papa ‘non fatevi togliere la speranza’, lo spirito del male che si nasconde nella guerra vuole togliere la speranza.  In questo momento si fronteggiano Francia e Russia. La Francia non vuole accettare che la Repubblica Centrafricana essendo libera possa avere relazioni con il resto del mondo. Dall’altra la Russia, che non penso sia composta da missionari o sia una organizzazione della Caritas e che certo ha i propri interessi. Ma che la Francia non lasci libero questo Presidente eletto dal popolo di avere relazioni con chi vuole, questo ci fa molto soffrire. Sappiamo bene che l’interesse di tutti gli altri paesi è rivolto alle ricchezze del Centrafrica perché, nonostante sia oggi tra i più poveri, è terra ricca di risorse. E questo continuo spogliare, tradire, ingannare un intero paese è una ingiustizia indescrivibile, non si può nemmeno dire. Ci sono affamati che mangiano i piccoli….  Noi guardiamo al 2019 contando sui giovani, sui ragazzi, e piuttosto che sperare genericamente, ci impegniamo ogni giorno credendo nei piccoli passi, nella formazione, nel cambiamento di mentalità, credendo che Dio non abbandona questo Paese. Nel 2014 ho avuto la gioia di incontrare Papa Francesco che quando ha saputo che ero missionaria in Centrafrica mi ha detto: «Ma tu non sai che ho una predilezione per questo Paese?». Ecco credo che Dio abbia una predilezione per questa gente che ha sofferto troppa miseria, troppi morti per l’impossibilità di curarsi. Non è giusto. E noi abbiamo fiducia un giorno di vedere questa predilezione di Dio per noi.

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